lunedì 6 giugno 2016

È proprio un nulla - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, All Star Edition di Maggio 2016.



È proprio un nulla - Andrea Partiti

— Sai dove ti trovi?
— La camicia di forza, l’attrezzatura medica, l’odore di disinfettante. Non ci vuole molto a riempire i buchi.
— Sai anche perché ti trovi qui in ospedale?
— Perché sono un Dio. Un Dio messo alle strette.
— Posso allentarla, se ti fa sentire più a tuo agio.
— Non parlavo della camicia. Parlavo dei caratteri, troppi pochi per questa storia.
— Quale storia?
— Potrà non crederci, ma lei, questa stanza, questi mobili, sono tutte immagini che sto creando nella mia mente. Nella mente di chi legge.
— Questa stanza è reale.
— Solo perché io la abbozzo e chi legge la completa. Sono un Dio.
— E cosa potresti fare, quindi?
— Osservi la parete dietro di me. Al centro c’è una porta e alla sua destra il poster di un convegno di psicologia clinica.
— La porta è sempre stata lì, ci sei passato entrando, e il poster l’ha appeso il medico che lavorava qui prima di me.
— No, non c’erano poco fa, li ho evocati. Quella foto sulla sua scrivania… la sua famiglia?
— Sì.
— Non serve ringraziarmi. Siete felici in quella foto, sorridete, vi abbracciate, non vi vorrei diversamente.
— Perché, se il mondo cambia a tuo piacimento, sei immobilizzato in questo luogo spiacevole?
— Non cambio il mondo, posso solo aggiungere alla scena. Nomino i suoi baffi e lei di colpo si trova con un paio di gonfi baffi ungheresi. Le domando perché passeggia nervosamente per la stanza, ed eccola lì, saltar giù dalla sedia.
— Non stiamo facendo progressi, non va bene. È meglio interrompere questa seduta e parlarne in seguito.
— Non mi crede, eppure vuole che crei ancora. Un corridoio, delle stanze, un edificio tutt’attorno. Magari un’infermiera prosperosa che arrivi a scortarmi altrove.
— Non mi serve aiuto per chiamare qualcuno che la riaccompagni. Mi basta pigiare questo pulsante sull’interfono, ecco, così, e qualcuno arriverà entro un paio di minuti.
— Preferirei restare ancora, se non la disturbo.
— Come mai?
— Ci sono cose orribili fuori da questa stanza. Mostri. Non credo che la sua infermiera sia ancora viva.
— Se aprissi la porta ci troverei dei mostri?
— Lei morirebbe e io rimarrei solo nella mia storia.
— È solo una porta.
— Non sottovaluti l’immaginazione collettiva. La perversione. L’orrore appena accennato. Non sanno cosa ci sia là dietro, quindi riempiranno quello spazio con ogni loro terrore privato e indicibile.
— E pronto a ucciderci?
— A uccidere lei. Io sono Dio.
— Potrei aprire quella porta e farti vedere, ma dovrebbe essere il paziente a scegliere di confrontarsi con le sue manie…
— Allora si fermi! Non si disfà ciò che è creato!
— Stai giocando con me? Per interrompere la seduta come desidero dovrei aprire quella porta forzandoti a un confronto, se non la apro cedo al tuo tentativo di manipolarmi per restare.
— Forse. O forse ho ragione io.
— Solo uno spiraglio, non la apro abbastanza da vederci attraverso, appena una spanna in modo che l’infermiera sappia che può entrare. Osserva bene, non succede assolutamente nulla di…
— Ti avevo avvertito. Eppure ti avevo avvertito…

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