domenica 18 settembre 2016

La storia di Paride Testa - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, in occasione della Special PG Edition di Agosto 2016.

La storia di Paride Testa - Andrea Partiti

Paride Testa sospirò all’ingresso della fiera di Valbassa.
Lo colpirono rumori di una folla chiassosa e viva, odori di popcorn, di carne cotta nel suo grasso, di dolci caramellati rimasti troppo tempo all’aperto. La brezza notturna confondeva profumi e suoni.
Strinse più forte le piccole mani delle figlie. Una saltellava alla sua sinistra, immaginandosi già giochi e spettacoli. Dalla destra l’altra cercava di controllarsi, come più si addiceva al suo carattere di cinquenne cocciuta.
Paride si sentiva fortunato, nonostante l’agitazione. Solo un decennio prima non avrebbe mai pensato di potersi trovare così, esposto ai numeri del mondo ma capace di resistere per amor di qualun altro.
Era il grande salto nel vuoto. Senza Lei ad aiutarlo in caso di bisogno. Non ci sarebbe stato bisogno. Sentiva il Numero in scacco, strangolato dalle piccole mani che stringeva fra le sue.

La storia di Paride Testa non è semplice. Non è neppure complicata a voler essere precisi.
Imparò a contare alle scuole elementari di Valbassa, a sei anni d’età. Da subito i numeri dispari furono per lui fonte di grande angoscia. Paride non si spiegava il perché, le sue maestre non si spiegavano il perché, i suoi genitori non si spiegavano il perché, e quando tutti ebbero fatto le loro ipotesi, neppure gli psicologi infantili a cui lo affidarono si spiegarono il perché.
Così irregolari, storti, deformi, privi della naturale simmetria dei numeri pari, i numeri dispari aggredivano Paride Testa in ogni loro manifestazione. Dapprima nella rozza rappresentazione come linee o puntolini da contare, su un quaderno giallo e innocente.
Col senno di poi, Paride avrebbe dovuto fermarsi alle prime avvisaglie di ansia, ma la macchina educativa non si poteva fermare. Gli impose l’astrazione, il simbolo. Creò il Numero nella sua mente. E con il Numero iniziò davvero la sua ossessione, la paura dietro alla struttura. Solo l’ignoranza lo proteggeva, prima.
Paride scoprì numeri in tutto ciò che lo circondava. Scoprì numeri nelle persone, negli animali, negli oggetti.
Amava la sua classe di diciotto alunni oltre a lui, ma non se qualcuno era malato; temeva l’altra sezione e i suoi diciannove nomi sul registro. Voi che non vedete la struttura del Numero penserete che sono sempre diciannove in ogni classe, uguale, giusto? Invece no, credete a Paride.
Amava di Evenlin, la cagnolina di casa, le orecchie, gli occhi, le zampe tozze. Contava sempre con attenzione le grosse crocchette puzzolenti che le versava nella doppia ciotola che le spettava per pranzo.
Amava il suo corpo, a volte di più e a volte di meno. Aveva imparato presto a osservarsi esclusivamente allo specchio, mai direttamente. Gli specchi erano uno strumento magico che rendeva qualsiasi cosa vi si riflettesse migliore, doppia, giusta. Aveva due specchi nella sua stanza.
Amava l’autobus 22 che lo portava dai nonni dopo le lezioni, per pranzare e passare lì il pomeriggio, ma si faceva riaccompagnare in auto, perché solo la linea 23 lo poteva riportare indietro. La targa della 126 della nonna era pari, e un giorno aveva contato tutte le piccole linee sul sedile: pari. Solo il posto di guida sembrava pericoloso a Paride. Pedali, volante, levetta di avviamento.
Per calmarsi quando era costretto in situazioni spiacevoli — come quella volta dal dentista, tre persone in una sala d’attesa per quasi un’ora, — si sedeva di fronte al televisore col Televideo acceso. Lo rilassava vedere i numeri ruotare furiosamente. Si fermavano solo quando lo ordinava lui, esattamente dove chiedeva. Partiva da pagina 2, dove non c’era mai nulla, e saliva due a due. A volte arrivato a trecento si era ripreso, a volte a cinquecento. Una sola volta era arrivato alla fine, 998 e 000 di nuovo, ma per sfizio suo, non perché ne aveva avuto bisogno.
Scoprì numeri anche in cielo, uno spaventoso singolo Sole di mezzogiorno, una terribile Luna di mezzanotte. Solo insieme nei mattini o nelle sere di quadratura, tornavano insieme dandogli calma. Per questo amava i luoghi chiusi, erano più prevedibili. Paride amava incondizionatamente le notti buie di Luna nuova. Usciva sul piccolo balcone della sua stanza e osservava le stelle, così tante da sfidare il suo senso di Numerosità, spegnendolo mentre sdraiato a pancia all’aria sulle piastrelle fredde lasciava che il suo sguardo sfocasse.

Arrivarono gli anni delle medicine: iniziarono dopo l’”incidente delle dita,” come lo chiamava sua madre per minimizzarlo. Paride non lo ricordava più: aveva sedici anni e coinvolse un dito mozzato e un pomeriggio passato chiuso nella sua stanza con il suddetto dito in un bicchiere pieno di ghiaccio tritato, un grosso coltello affilato e la sensazione di dover pareggiare la situazione.
La madre lo trovò così, che ancora ci pensava e si convinceva che fosse l’unica strada.
I medici dissentirono e decisero che riaggiungere era meglio che sottrarre, e fu in quest’occasione che la psichiatra di Paride decise di provare un approccio più aggressivo.
Paride scoprì che c’era qualcosa di peggio che vedere numeri e strutture in ciò che lo circondava. Le medicine lo rendevano cieco e incapace di interpretare. L’assenza del Numero non lo calmava, lo terrorizzava ancora di più, perché il Numero era sempre attorno a lui, lo sapeva, ma non aveva più alcuno strumento per controllarlo e gestirlo.
Smise di medicarsi, imparò a fingere. Entro qualche anno partì, lontano da Valbassa per studiare, in una città in cui era allo stesso tempo sollevato di non dover nascondere i suoi disagi, ma allo stesso tempo era costretto a esporsi molto di più al mondo, se voleva cavarsela.
Uscì ogni notte, esplorò la nuova città in cui si era trasferito, espanse il suo mondo, per la prima volta senza alcuna fretta o giudizio. Amava essere anonimo, essere uno zero in un mare di persone, anziché proprio lui, Paride Testa in mezzo a gente che lo conosceva.

Paride trovò pace quando incontrò Lei. Per la prima volta capì che non erano le persone che lo circondavano a dover essere pari. Non stava male a causa loro. Stava male perché lui stesso era uno, e con Lei finalmente poteva non esserlo più.
Insieme crebbero e con Lei presente il Numero smise di comandare tutto il tempo. Sapeva assopirlo quel tanto che permetteva a Paride di ridere di più.
Insieme tornarono a Valbassa quando venne il giusto momento.
Insieme costruirono un nido di misura per Paride. Un luogo dove poteva rifugiarsi dopo aver affrontato ogni giorno il Numero, quando lavorava. Una casa senza elementi a turbarlo e preoccuparlo. Dove Paride poteva dormire con la consapevolezza che nulla ne minacciava la pace d’animo.
Insieme a un terrorizzato Paride, sempre a disagio in ospedale, Lei scoprì che in grembo portava non una, ma due creature. Gemelle.
Paride non avrebbe potuto chiedere o desiderare di meglio. Era il mondo che gli diceva “Hai fatto bene, ti ho dato una strada dissestata da percorrere, sei ruzzolato a terra un po’ di volte, ma ora è tutto liscio e in discesa. Niente più trappole.”
Le gemelle crebbero nella pari armonia domestica, senza mai metterla in dubbio, senza che nessuno dei loro giochi, dei loro abiti, dei loro ninnoli potesse turbarla. Senza mai chiedere nulla del mondo equilibrato in cui vivevano, giocavano.

Entrarono nella fiera di Valbassa, una volta pagato il simbolico biglietto da tre euro a testa.
Aveva promesso da settimane quell’uscita alle gemelle. Era la prima volta in cui erano abbastanza grandi da partecipare e in tasca avevano ciascuna un sacchetto di monete, raccolte durante l’anno e che avevano ogni intenzione di investire in ogni sorta di divertimenti della fiera. Avevano solo un’idea vaga di cosa avrebbero trovato, ma la solida certezza del divertimento.
Le prime monete finirono nella scatola di latta di un rubizzo ometto dietro all’ingresso. Legò ai polsi delle bambine due palloncini gialli. L’uomo porse uno dei fili a Paride, chiedendogli senza parlare se ne desiderasse anche lui uno. Paride scosse la testa. Andava bene così. Benissimo.
Con due cartocci di castagne e due sacchettini di mandorle caramellate camminarono tra una fila di banchi presidiati da venditori rumorosi che vantavano le meraviglie dei loro prodotti.
Si fermarono, sempre sgranocchianti, a un piccolo teatro all’aperto. Un semicerchio di sedie e cuscini sparsi a terra che circondavano un palco teatrale in miniatura. Lì piccoli burattini-mimo danzavano per un pubblico che raramente si fermava abbastanza da meritare una storia coerente.
I piccoli mimi si colpivano sulla testa con vigore, e a ogni colpo i bambini ridevano. A ogni scivolone ridevano. A ogni parete incocciata col cranio ridevano.
Paride si concentrava sui burattini per non osservare chi li circondava. Per non sapere quanti adulti, quanti bambini, quante sedie lo circondavano. Perché quel che contavano erano le due gemelle e la loro serata, nient’altro.
Come rispondendo a un ordine improvviso, tutti i burattini si ritirarono dietro alle piccole quinte del loro mondo. Le voci dei venditori si abbassarono tutt’attorno. Molti si alzarono.
Le bambine si alzarono e lo tirarono verso il nuovo polo d’attività. Si insinuarono tra le persone in movimento.
Una grassa signora perse l’equilibrio, una sottile sigaretta sfiorò uno dei palloncini.
Esplose con uno schiocco sonoro. Un frammento atterrò sulla fronte di Paride, aderendovi, attaccandolo.
L’esplosione tacitò ogni suono, rallentò ogni movimento.
Espirò.
Paride si arrestò; le figlie non si opposero.
Smise di respirare.
C’era un equilibrio, anche nello squilibrio. Se ne era convinto col tempo. Era davvero così fragile?
Niente aria.
L’altra figlia gli afferrò con forza l’avambraccio per attirare l’attenzione di Paride e tirò rapida verso di sé il cordino del palloncino superstite, ancora legato al suo polso.
Morse il lattice sopra al nodo del palloncino, che si sgonfiò con una poco dignitosa pernacchia.
«Va tutto bene,» lo rassicurò.
Paride alzò lo sguardo verso il punto in cui stava il palloncino fino a un attimo prima, ma vide solo la Luna, molto più lontana. Sorrise.

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