Gioie e Sapori è un racconto lungo con grandi potenzialità, ma che si schianta molto rapidamente perdendo ogni fascino, forse anche per colpa della quarta di copertina che promette molto più splatter e orrore di quanto possa offrire davvero.
L'idea di partenza è classica e molto apprezzabile. Nel piccolo paese di Boccamare di Sotto apre una nuova pasticceria, con un cuoco inquietante che soddisfa i bisogni di ogni suo cliente, specialmente i bambini. Adesca gli abitanti uno a uno, li attira coinvolgendoli in un progetto globale in cui lui, carnefice, userò ognuno di essi e i suoi sentimenti e memorie in una ricetta epica.
Purtroppo lo sviluppo è troppo rapido, non c'è tempo di vivere l'avvicinamento del pasticcere al cuore del paese, non c'è modo di vederne i tentacoli allargarsi poco alla volta. I tempi del racconto sono troppo stretti per essere credibili.
I bambini poi, voce principale nella storia, non si comportano né parlano da bambini. Hanno otto anni ma scrivono lettere complesse ed elaborate sui loro sentimenti. Quando sono in pericolo non reagiscono da bambini. Se un loro compagno è ferito, non piangono in un angolo, gli danno degli antibiotici. Sono una parodia malriuscita degli adulti che potrebbero essere.
Se fossero bambini che agiscono da bambini, l'orrore sarebbe ancora più grande. Così rendono la narrazione così irreale da rendere persino lo splatter delle scene finali insulso.
Peccato, ci sono tante belle idee, ma servirebbe una riscrittura completa per renderle godibili e leggibili da un pubblico avvezzo al genere.
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mercoledì 28 dicembre 2016
martedì 30 agosto 2016
Il trattamento ridarelli - Doyle Roddy
Un libro per bambini con disturbo dell'attenzione? Forse, è l'unica spiegazione che mi posso dare.
"Un genio assoluto" dice l'endorsment della Rowling sulla copertina. Probabilmente detto in maniera sarcastica, ma si sa che per scritto il sarcasmo è difficile da cogliere.
I ridarelli sono queste creaturine mimetiche che puniscono gli adulti che si comportano male con i bambini facendo loro pestare cacche di cane. Vogliono punire il signor Mack, ma il signor Mack in realtà è buono, i suoi figli e il cane di casa lo scoprono e arrivano in tempo per impedirgli di pestare la cacca. Fine.
Aggiungi riempitivi vari, capitoli meta, digressioni sparse e sconclusionate piene di umorismo che farebbe storcere il naso a gran parte dei bambini che ha già aperto altri tre libri prima di questo, ed il Capolavoro è pronto alle stampe.
Salvo i disegni, ma solo quelli.
"Un genio assoluto" dice l'endorsment della Rowling sulla copertina. Probabilmente detto in maniera sarcastica, ma si sa che per scritto il sarcasmo è difficile da cogliere.
I ridarelli sono queste creaturine mimetiche che puniscono gli adulti che si comportano male con i bambini facendo loro pestare cacche di cane. Vogliono punire il signor Mack, ma il signor Mack in realtà è buono, i suoi figli e il cane di casa lo scoprono e arrivano in tempo per impedirgli di pestare la cacca. Fine.
Aggiungi riempitivi vari, capitoli meta, digressioni sparse e sconclusionate piene di umorismo che farebbe storcere il naso a gran parte dei bambini che ha già aperto altri tre libri prima di questo, ed il Capolavoro è pronto alle stampe.
Salvo i disegni, ma solo quelli.
venerdì 25 dicembre 2015
La pelle dell'orso - Francis Moore
Ci sono dei libri che promettono tanta bruttezza, tanto orrore, che non ci si può rifiutare di leggerli, se non altro per capire quale perverso mercato editoriale abbia permesso di stampare la serie "I gialli dello schedario F.B.I." per oltre 200 uscite.
La pelle dell'orso è un capolavoro dell'orrore. Scene e dialoghi lunghissimi senza uno scopo, con personaggi introdotti apposta per allungare il brodo nei capitoli scarni. Personaggi con tentativi di caratterizzazione basata su una catchphrase ricorrente. Un protagonista che arrossisce per un totale di 24 volte nel giro di 120 pagine. Personaggi che si muovono in branco, tutta una famiglia estesa che ogni manciata di pagine entra, una persona alla volta, in una stanza, in modo che tutti possano dire la propria opinione sugli ultimi avvenimenti. Ordinatamente.
Passando alla trama... Mulligan Junior è stato minacciato di morte, è il figlio di Mulligan Senior (sì, Senior è il suo nome di battesimo), magnate degli insaccati. L'FBI lo vuole proteggere e gli manda un singolo agente che si finge il suo segretario. Ma il "biondino" viene sedotto dalla moglie del fratello giudice di Junior, dalla sorella minore, dalla matrigna. Tutte le donne di casa lo vogliono e se lo contendono in maniera peccaminosamente ridicola. Per fortuna basterà uscire per locali ad ubriacarsi e giocare d'azzardo per un paio di sere, per trovare il bandolo della matassa.
La pelle dell'orso è un libro per pompare l'autostima nelle proprie capacità di scrittura.
La pelle dell'orso è un capolavoro dell'orrore. Scene e dialoghi lunghissimi senza uno scopo, con personaggi introdotti apposta per allungare il brodo nei capitoli scarni. Personaggi con tentativi di caratterizzazione basata su una catchphrase ricorrente. Un protagonista che arrossisce per un totale di 24 volte nel giro di 120 pagine. Personaggi che si muovono in branco, tutta una famiglia estesa che ogni manciata di pagine entra, una persona alla volta, in una stanza, in modo che tutti possano dire la propria opinione sugli ultimi avvenimenti. Ordinatamente.
Passando alla trama... Mulligan Junior è stato minacciato di morte, è il figlio di Mulligan Senior (sì, Senior è il suo nome di battesimo), magnate degli insaccati. L'FBI lo vuole proteggere e gli manda un singolo agente che si finge il suo segretario. Ma il "biondino" viene sedotto dalla moglie del fratello giudice di Junior, dalla sorella minore, dalla matrigna. Tutte le donne di casa lo vogliono e se lo contendono in maniera peccaminosamente ridicola. Per fortuna basterà uscire per locali ad ubriacarsi e giocare d'azzardo per un paio di sere, per trovare il bandolo della matassa.
La pelle dell'orso è un libro per pompare l'autostima nelle proprie capacità di scrittura.
mercoledì 18 novembre 2015
Come diventare uno scrittore di successo - Marco Visinoni
Un libro che non avrei mai neppure preso in mano, se non fosse capitato a una cena del Bookcrossing.
Avete presente quegli "scrittori" molesti, che ti aggiungono su facebook, ti aggiungono ciclicamente su twitter sperando in un followback, ti scrivono messaggi insistenti chiedendoti di comprare il loro libro, di recensirli, di dargli una possibilità. Di solito convincendoti nel processo che mai mai mai toccherai un loro libro anche se diventassero la nuova stella della letteratura italiana?
Ecco, questo manuale vi insegna a diventare molesti in questa maniera, e come extra vi insulta e tratta male ogni paio di righe.
Vi mette sulla strada delle case editrici a pagamento (o delle autopubblicazioni, ma meno), vi convince che sia una buona idea avere una montagna di copie del vostro libro stampato e mai passato dalle mani di un editor, vi convince che sia una buona idea molestare le librerie una a una, anziché aspettare di trovare un editore serio, con un editor vero e un sistema di distribuzione.
Carta da tritare per farci il substrato dell'asfalto autostradale.
Avete presente quegli "scrittori" molesti, che ti aggiungono su facebook, ti aggiungono ciclicamente su twitter sperando in un followback, ti scrivono messaggi insistenti chiedendoti di comprare il loro libro, di recensirli, di dargli una possibilità. Di solito convincendoti nel processo che mai mai mai toccherai un loro libro anche se diventassero la nuova stella della letteratura italiana?
Ecco, questo manuale vi insegna a diventare molesti in questa maniera, e come extra vi insulta e tratta male ogni paio di righe.
Vi mette sulla strada delle case editrici a pagamento (o delle autopubblicazioni, ma meno), vi convince che sia una buona idea avere una montagna di copie del vostro libro stampato e mai passato dalle mani di un editor, vi convince che sia una buona idea molestare le librerie una a una, anziché aspettare di trovare un editore serio, con un editor vero e un sistema di distribuzione.
Carta da tritare per farci il substrato dell'asfalto autostradale.
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mercoledì 4 marzo 2015
Cervelli verdi fritti - Jacopo Fo
Cervelli verdi fritti. Modestamente sono scemo, journal.
Un titolo più appropriato sarebbe "Vivo all'ombra dei miei genitori, voglio attenzioni, scrivo male, non faccio ridere ma ho un nome che mi rende pubblicabile e se me lo ripeto abbastanza volte posso convincermi di avere talento". Meno sintetico ma almeno risparmierebbe la sofferenza di provare a leggere questa cosa.
Il libro è a capitoletti, ognuno su un tema diverso vagamente correlati, partendo da Dio e dagli alti sistemi, le religioni, il ruolo dell'uomo, sesso in ogni salsa, tante cose filosofiche. Tutte trattate con un umorismo che non prende, non ingrana e non strappa neppure un sorriso, troppo sboccato e pieno di insulti a tutto e tutti.
L'unico tipo di umorismo volgare che riesce vagamente a funzionare è quello pesantamente connotato in maniera dialettale, in modo che vadano a braccetto la rozzezza del "burino locale" con il suo linguaggio. Scrivere sboccato in un italiano per bene è semplicemente disturbante.
Il libro fa parte di una serie di 22 volumi. 22. Apparentemente tutti sullo stesso stile e parte di un unico canone, una sorta di Enciclopedia Galattica della tristezza letteraria.
Jacopo Fo si occupa di "comicoterapia, cultura alternativa, yoga demenziale, controinformazione psicofisica". Questi interessi chiaramente sono un modo per dire rispettivamente: "non faccio ridere come comico ma se stai morendo magari mi tolleri, mi manca della cultura vera, lo yoga è troppo impegnativo per me, non so citare le fonti ma posso inventare delle informazioni!"
Un titolo più appropriato sarebbe "Vivo all'ombra dei miei genitori, voglio attenzioni, scrivo male, non faccio ridere ma ho un nome che mi rende pubblicabile e se me lo ripeto abbastanza volte posso convincermi di avere talento". Meno sintetico ma almeno risparmierebbe la sofferenza di provare a leggere questa cosa.
Il libro è a capitoletti, ognuno su un tema diverso vagamente correlati, partendo da Dio e dagli alti sistemi, le religioni, il ruolo dell'uomo, sesso in ogni salsa, tante cose filosofiche. Tutte trattate con un umorismo che non prende, non ingrana e non strappa neppure un sorriso, troppo sboccato e pieno di insulti a tutto e tutti.
L'unico tipo di umorismo volgare che riesce vagamente a funzionare è quello pesantamente connotato in maniera dialettale, in modo che vadano a braccetto la rozzezza del "burino locale" con il suo linguaggio. Scrivere sboccato in un italiano per bene è semplicemente disturbante.
Il libro fa parte di una serie di 22 volumi. 22. Apparentemente tutti sullo stesso stile e parte di un unico canone, una sorta di Enciclopedia Galattica della tristezza letteraria.
Jacopo Fo si occupa di "comicoterapia, cultura alternativa, yoga demenziale, controinformazione psicofisica". Questi interessi chiaramente sono un modo per dire rispettivamente: "non faccio ridere come comico ma se stai morendo magari mi tolleri, mi manca della cultura vera, lo yoga è troppo impegnativo per me, non so citare le fonti ma posso inventare delle informazioni!"
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lunedì 26 gennaio 2015
L'assassino del Marais - Claude Izner
L'assassino del Marais, journal.
All'apparenza si tratta di un giallo a la Dan Brown, un artefatto misterioso, una coppa, personaggio con fissazioni religiose che lo cerca in una lotta contro il tempo con i protagonisti.
In realtà è una storia un po' sconclusionata e con una trama davvero risibile.
Troppi personaggi presentati tutti insieme senza neppure provare a caratterizzarli l'uno dall'altro rendono la storia impossibile da seguire fino a metà romanzo. Ci si sposta in maniera semicasuale tra luoghi e situazioni diverse, senza alcun filo conduttore. Nessuna scena risalta, nessuna scena sembra essere importante, niente torna e si incastra in un quadro globale e piacevole per il lettore.
Forse non conoscere i personaggi dai tre romanzi precedenti della serie fa perdere molto. L'assassino del Marais si regge sulle atmosfere, i personaggi e le situazioni, non su una storia. Ogni personaggio non princiapale (e quindi dato per scontato) è un piccolo capolavoro di caratterizzazione. Fantastici gli straccivendoli e la spiegazione della loro gerarchia interna. Splendidi gli spaccati di vita popolare parigina.
Claude Izner è uno pseudonimo per due autrici - che probabilmente non hanno comunicato tra loro e si sono limitate a scrivere un paragrafo a testa senza parlarsi mai, - e sembrano più interessate a far capire quanto conoscono Parigi, come sono addentro alla cultura francese, come sono colte, infarcendo il libro di luoghi estremamente specifici, citazioni letterarie, riferimenti culturali oscuri (per fortuna spiegati dalle note nella versione italiana), allusioni semicomprensibili da insider della cultura francese. Il tutto senza una vera ragione a parte il puro esibizionismo.
Immaginate Umberto Eco fatto di metanfetamine.
Siccome non si capisce davvero cosa sia successo e non viene mai spiegato durante il romanzo, nel capitolo finale il tono torna comprensibile e in uno spiegone un po' asettico finale ci vengono rivelati i dettagli, impossibili da anche solo immaginare con gli indizi che avevamo fino a quel punto. (Un teschio di pitecantropo, lotta tra fanatici religiosi ed evoluzionisti... sarebbe anche stato carino, se fosse stato presentato prima...)
Da dimenticare?
All'apparenza si tratta di un giallo a la Dan Brown, un artefatto misterioso, una coppa, personaggio con fissazioni religiose che lo cerca in una lotta contro il tempo con i protagonisti.
In realtà è una storia un po' sconclusionata e con una trama davvero risibile.
Troppi personaggi presentati tutti insieme senza neppure provare a caratterizzarli l'uno dall'altro rendono la storia impossibile da seguire fino a metà romanzo. Ci si sposta in maniera semicasuale tra luoghi e situazioni diverse, senza alcun filo conduttore. Nessuna scena risalta, nessuna scena sembra essere importante, niente torna e si incastra in un quadro globale e piacevole per il lettore.
Forse non conoscere i personaggi dai tre romanzi precedenti della serie fa perdere molto. L'assassino del Marais si regge sulle atmosfere, i personaggi e le situazioni, non su una storia. Ogni personaggio non princiapale (e quindi dato per scontato) è un piccolo capolavoro di caratterizzazione. Fantastici gli straccivendoli e la spiegazione della loro gerarchia interna. Splendidi gli spaccati di vita popolare parigina.
Claude Izner è uno pseudonimo per due autrici - che probabilmente non hanno comunicato tra loro e si sono limitate a scrivere un paragrafo a testa senza parlarsi mai, - e sembrano più interessate a far capire quanto conoscono Parigi, come sono addentro alla cultura francese, come sono colte, infarcendo il libro di luoghi estremamente specifici, citazioni letterarie, riferimenti culturali oscuri (per fortuna spiegati dalle note nella versione italiana), allusioni semicomprensibili da insider della cultura francese. Il tutto senza una vera ragione a parte il puro esibizionismo.
Immaginate Umberto Eco fatto di metanfetamine.
Siccome non si capisce davvero cosa sia successo e non viene mai spiegato durante il romanzo, nel capitolo finale il tono torna comprensibile e in uno spiegone un po' asettico finale ci vengono rivelati i dettagli, impossibili da anche solo immaginare con gli indizi che avevamo fino a quel punto. (Un teschio di pitecantropo, lotta tra fanatici religiosi ed evoluzionisti... sarebbe anche stato carino, se fosse stato presentato prima...)
Da dimenticare?
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lunedì 12 gennaio 2015
Gorilla Sapiens - L. Sprague de Camp, P. Schuyler Miller
Urania 13, 10 Aprile 1953
Urania Classici 23, Febbraio 1979
Ah, la fantascienza d'epoca. O colpisce al cuore della sensibilità moderna, oppure fallisce in maniera misera e clamorosa.
Gorilla Sapiens fallisce nel modo più spettacolare mai visto. Fallisce come personaggi, come tempi, come idee, come credibilità.
Un pulmino più o meno composto da scienziati, di discipline miste e variegate, cade in un crepaccio a causa di un terremoto. A bordo si rompe un contenitore pieno di gas-letargico che manda tutti in letargo per un milione di anni.
Un milione di anni dopo tutti si svegliano appena indolenziti e coi capelli lunghi ed escono ad esplorare un modo evolutosi in maniera fantasiosa.
Gli umani sono spariti e tutti gli animali sono diventati più grandi ed intelligenti.
Per due terzi del libro il nostro gruppetto cammina a caso incontrando criceti giganti, lepri giganti, castori giganti, topi giganti, ogni volta stupendosi e disquisendo di classificazione ed evoluzione.
In contemporanea, anche dopo aver ricostruito cosa è successo e resisi conto di essere gli ultimi rimasti della specie umana, provano a ricostruire all'interno di un gruppo di una trentina di persone, la parodia di una struttura civile. Un poliziotto/sistema giudiziario, un presidente eletto, un legislatore, senza che neppure li sfiori la possibilità che non si possano più applicare la strutture sociali, se scalate verso il basso da milioni a decine di persone.
Le donne in questa società esistono come personaggi astratti e collettivi. Gli uomini cacciano. Le donne si lamentano che camminare coi tacchi nel bosco è faticoso. Gli uomini pescano. Le donne si truccano usando la polvere. Gli uomini marciano. Le donne si provano gli abiti recuperati dal pulmino e ridono. L'unica donna attiva è una coguar aggressiva la cui funzione è virilizzare uno dei protagonisti in un momento depresso.
Spoiler massicci:
Dopo il vagare casuale e lentissimo, nell'ultimo quarto di libro, vengono catturati da dei gorilla intelligenti, messi in uno zoo, imparano la lingua e comunicano, si scambiano informazioni, si scatena una guerra mondiale ed inizia uno scontro diretto con i babbuini che hanno attraversato l'atlantico, creano una cavalleria di cinghiali, si alleano coi castori, vincono la guerra, si sposano tutti, vissero felici e contenti.
Il tutto affrontato in maniera incredibilmente superficiale e poco coerente, supponendo popolazioni risibili per rendere le battaglie abbastanza locali e descrivibili e semplificando la tattiche militari in maniera infantile.
Il primo approccio e descrizione della civiltà dei gorilla mi ha ricordato vagamente il lavoro fatto da Robert J. Sawyer nella trilogia dei Neanderthal (La genesi delle specie, Fuga dal pianeta degli umani, L'origine dell'ibrido), con la differenza di essere più superficiale e senza andare a scavare abbastanza a fondo nelle differenze che si possono essere create "civilizzando" ed estremizzando usi e costumi di altri primati. L'idea di avere tutte le principali specie di primati sulla terra evoluti ed intelligenti aveva grandissime potenzialità.
Tanti temi accennati in Gorilla Sapiens li troviamo sviluppati in romanzi di altri autori. Anche se è un libro davvero terribile, deve aver ispirato molti scrittori, dando idee e facendoli pensare "io potrei scrivere di meglio, altro che questa boiata!".
Urania Classici 23, Febbraio 1979
Il senso di disagio, di vaga inquietudine e di irritazione che quasi tutti abbiamo provato osservando le scimmie nelle gabbie degli zoo, specialmente quelle che "somigliano" di più all'uomo: gorilla, scimpanzè, babbuini, orangutan, ha forse ispirato questo fantastico, impressionante, ironico romanzo di L. Sprague de Camp e P. Schuyler Miller. Gli autori immaginano che un gruppo di una ventina di uomini e di donne si risveglino - dopo una specie di letargo provocato dall'esplosione di un gas - dopo un milione di anni. Naturalmente il mondo è completamente cambiato e l'homo sapiens è scomparso dalla Terra, esclusi i personaggi del romanzo. Le scimmie si sono evolute, specialmente i gorilla, e noi assistiamo alla nuova civiltà delle scimmie, succeduta sulla Terra a quella dell'uomo. Gorilla scienziati, gorilla padri di famiglia, gorilla guerrieri, gorilla uomini di governo, vivono, ragionano e soffrono in questo romanzo, come noi ora facciamo, ma forse - e questa è la parte più divertente del libro - con più saggezza e con più amore del prossimo di quanto li uomini non usino ancora.
Ah, la fantascienza d'epoca. O colpisce al cuore della sensibilità moderna, oppure fallisce in maniera misera e clamorosa.
Gorilla Sapiens fallisce nel modo più spettacolare mai visto. Fallisce come personaggi, come tempi, come idee, come credibilità.
Un pulmino più o meno composto da scienziati, di discipline miste e variegate, cade in un crepaccio a causa di un terremoto. A bordo si rompe un contenitore pieno di gas-letargico che manda tutti in letargo per un milione di anni.
Un milione di anni dopo tutti si svegliano appena indolenziti e coi capelli lunghi ed escono ad esplorare un modo evolutosi in maniera fantasiosa.
Gli umani sono spariti e tutti gli animali sono diventati più grandi ed intelligenti.
Per due terzi del libro il nostro gruppetto cammina a caso incontrando criceti giganti, lepri giganti, castori giganti, topi giganti, ogni volta stupendosi e disquisendo di classificazione ed evoluzione.
In contemporanea, anche dopo aver ricostruito cosa è successo e resisi conto di essere gli ultimi rimasti della specie umana, provano a ricostruire all'interno di un gruppo di una trentina di persone, la parodia di una struttura civile. Un poliziotto/sistema giudiziario, un presidente eletto, un legislatore, senza che neppure li sfiori la possibilità che non si possano più applicare la strutture sociali, se scalate verso il basso da milioni a decine di persone.
Le donne in questa società esistono come personaggi astratti e collettivi. Gli uomini cacciano. Le donne si lamentano che camminare coi tacchi nel bosco è faticoso. Gli uomini pescano. Le donne si truccano usando la polvere. Gli uomini marciano. Le donne si provano gli abiti recuperati dal pulmino e ridono. L'unica donna attiva è una coguar aggressiva la cui funzione è virilizzare uno dei protagonisti in un momento depresso.
Spoiler massicci:
Dopo il vagare casuale e lentissimo, nell'ultimo quarto di libro, vengono catturati da dei gorilla intelligenti, messi in uno zoo, imparano la lingua e comunicano, si scambiano informazioni, si scatena una guerra mondiale ed inizia uno scontro diretto con i babbuini che hanno attraversato l'atlantico, creano una cavalleria di cinghiali, si alleano coi castori, vincono la guerra, si sposano tutti, vissero felici e contenti.
Il tutto affrontato in maniera incredibilmente superficiale e poco coerente, supponendo popolazioni risibili per rendere le battaglie abbastanza locali e descrivibili e semplificando la tattiche militari in maniera infantile.
Il primo approccio e descrizione della civiltà dei gorilla mi ha ricordato vagamente il lavoro fatto da Robert J. Sawyer nella trilogia dei Neanderthal (La genesi delle specie, Fuga dal pianeta degli umani, L'origine dell'ibrido), con la differenza di essere più superficiale e senza andare a scavare abbastanza a fondo nelle differenze che si possono essere create "civilizzando" ed estremizzando usi e costumi di altri primati. L'idea di avere tutte le principali specie di primati sulla terra evoluti ed intelligenti aveva grandissime potenzialità.
Tanti temi accennati in Gorilla Sapiens li troviamo sviluppati in romanzi di altri autori. Anche se è un libro davvero terribile, deve aver ispirato molti scrittori, dando idee e facendoli pensare "io potrei scrivere di meglio, altro che questa boiata!".
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venerdì 19 dicembre 2014
Il diario segreto di Phileas Fogg - Philip Josè Farmer
Urania 1140, 18 Novembre 1990
Phileas Fogg è il protagonista di Il giro del mondo in 80 giorni.
Farmer inventa una mitologia "attorno" al giro del mondo, che spieghi le piccole incongruenze e imprecisioni sparse per il romanzo, inserendolo in una cornice più ampia con complotti e azioni che Verne avrebbe omesso.
L'idea è carina, il risultato è catastrofico.
Ci sono due razze aliene, Eridaniani e Cappelliani, che si nascondono sulla terra.
Ma sono uguali ai terrestri, e tutte le loro femmine sono morte perché se le sono uccise a vicenda.
E poi si sono circa estinti, ma hanno adottato dei bambini terrestri per continuare la loro lotta (per cosa? non si spiega.)
E i terrestri addestrati e condizionati a vivere e pensare come Eridaniani e Cappelliani lottano comportandosi in maniera paranoica e fingendo di essere umani normali per tutto il tempo, perché si sentono spiati. Quindi a tutti gli effetti sono persone normali (sigh), a parte comunicare con partite al solitario mescolate con abilità da bari provetti e con piccole variazioni della loro routine.
L'ambientazione extra-verne è estremamente debole e poco spiegata. Fogg parte per il suo viaggio, inseguito e inseguitore allo stesso tempo, con un capitano Nemo (nonché Moriarty, non chiedetevi perché) inserito a forza come antagonista astuto e feroce.
Farmer deve essersi accorto a metà dell'opera che c'erano molte meno incongruenze su cui lavorare di quanto avesse pronosticato, perché inizia ad inserire mini-quest improbabili ogni volta che i personaggi dormono o sono fuori scena del romanzo originale, tipicamente con loro che si teletrasportano in palazzi di emiri cattivi o su navi attaccate dai pirati.
La debolezza della trama unita ad una prosa estremamente pesante e sovradescrittiva nel tentativo di essere credibile, rendono Il diario segreto di Phileas Fogg un Urania brutto, una qualità di solito apprezzata nell'accezione di "improbabile e trashone", ma che in rari casi è una vera caratteristica negativa.
Tutti sanno che Phileas Fogg è il protagonista del Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, ma non tutti sanno che la versione raccontata in quel romanzo è quantomeno parziale: durante il suo viaggio, infatti, l'eccentrico signore inglese fece ben altre scoperte e visse ben più fantastiche avventure. Per decifrare e pubblicare Il diario segreto di Phileas Fogg occorreva un esperto del calibro di Philip Farmer, che in questo sorprendente romanzo ci aggiorna sulle minacce cosmiche, complotti spazio-temporali e i mille pericoli corsi non solo da Fogg ma da tutta la Terra, e che rendono ancora oggi il nostro pianeta un luogo... molto poco sicuro. Buon viaggio con Farmer!
Phileas Fogg è il protagonista di Il giro del mondo in 80 giorni.
Farmer inventa una mitologia "attorno" al giro del mondo, che spieghi le piccole incongruenze e imprecisioni sparse per il romanzo, inserendolo in una cornice più ampia con complotti e azioni che Verne avrebbe omesso.
L'idea è carina, il risultato è catastrofico.
Ci sono due razze aliene, Eridaniani e Cappelliani, che si nascondono sulla terra.
Ma sono uguali ai terrestri, e tutte le loro femmine sono morte perché se le sono uccise a vicenda.
E poi si sono circa estinti, ma hanno adottato dei bambini terrestri per continuare la loro lotta (per cosa? non si spiega.)
E i terrestri addestrati e condizionati a vivere e pensare come Eridaniani e Cappelliani lottano comportandosi in maniera paranoica e fingendo di essere umani normali per tutto il tempo, perché si sentono spiati. Quindi a tutti gli effetti sono persone normali (sigh), a parte comunicare con partite al solitario mescolate con abilità da bari provetti e con piccole variazioni della loro routine.
L'ambientazione extra-verne è estremamente debole e poco spiegata. Fogg parte per il suo viaggio, inseguito e inseguitore allo stesso tempo, con un capitano Nemo (nonché Moriarty, non chiedetevi perché) inserito a forza come antagonista astuto e feroce.
Farmer deve essersi accorto a metà dell'opera che c'erano molte meno incongruenze su cui lavorare di quanto avesse pronosticato, perché inizia ad inserire mini-quest improbabili ogni volta che i personaggi dormono o sono fuori scena del romanzo originale, tipicamente con loro che si teletrasportano in palazzi di emiri cattivi o su navi attaccate dai pirati.
La debolezza della trama unita ad una prosa estremamente pesante e sovradescrittiva nel tentativo di essere credibile, rendono Il diario segreto di Phileas Fogg un Urania brutto, una qualità di solito apprezzata nell'accezione di "improbabile e trashone", ma che in rari casi è una vera caratteristica negativa.
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sabato 5 luglio 2014
Freq: Una storia breve - Francesco Roselli
Freq: Una storia breve, journal.
Mettete insieme in maniera "casuale" in un unico racconto:
- vita extraterrestre nel sistema solare
- motori a curvatura
- motori ad antimateria
- universi paralleli
- colonie in giro per il sistema solare
- parole inventate per fare futuro quando esistono già termini adatti in uso (elettrocotteri? Davvero? È un abominio etimologico).
Cosa ottenete? Un racconto di fantascienza degli anni '50? No, quelli erano pieni di classe. Ottenete solo confusione priva di una meta.
Se ti servono delle grosse trivelle per usare un'idea carina, metti delle grosse trivelle nel tuo racconto e non spiegarle. Nessuno lo metterà in dubbio.
Se le vuoi spiegare le grosse trivelle con una grande eruzione che colpisce una civiltà basata sull'energia solare, costringendo a ricorrere all'energia geotermica, allora non ignorare tutte le altre conseguenze, estinzioni di massa, carestia, disordini e decimazione della popolazione che sono inevitabili. Se poi nella tua ambientazione non succede, ma ormai hai buttato l'amo dell'ambientazione, due parole di spiegazione su come sia stato possibile superare questa fase sono buone e utili.
Anche supponendo una ragionevole ripresa della razza umana in una decina d'anni, con la costruzione di impianti geotermici sotterranei capaci di soddisfare il fabbisogno energetico di tutti i sopravvissuti, però, non continuare con la storia dando per scontata la colonizzazione dell'intero sistema solare, perché è semplicemente stupido come abbinamento. Il collegamento tra le eruzioni e le trivellazioni funziona solo e soltanto supponendo gli umani vincolati ad estrarre energia restando sulla Terra! Se hai una colonia sulla luna, li metti lì i pannelli solari, oppure in orbita, oppure ti ingegni un po' e non sei troppo lontano tecnologicamente dal poter costruire una sfera di Dyson, anche parziale.
Come mi giustifichi il senso di andare a trivellare su Titano, una palla di ghiaccio gelata? Titano ha mari di idrocarburi. Bruciali se proprio ci tieni a produrre energia lì e soltanto lì.
La Hard-core Scifi forse è stata una scelta difficile per esordire, bisogna sapersi destreggiare un po' meglio nel "proprio" mondo, per riuscire a mantenere la sospensione dell'incredulità nel lettore. Il prossimo tentativi andrà meglio!
venerdì 23 maggio 2014
Mille candele danzanti - Christian Bobin
Mille candele danzanti, journal.
Forse sono poco sensibile, ma non sono davvero riuscito a digerire Mille candele danzanti.
La quarta di copertina faceva delle promesse: "Un atto d’amore verso i libri, ovvero chi li legge, chi li scrive, chi è un autore celebre, chi scribacchia nel tempo libero, chi scrive la propria storia vivendo... c’è un filo che unisce chi ama i libri.". Promesse tradite senza pietà. C'è un sottile tema comune, narrazione e lettura, ma non esiste macrotesto di alcun genere, sembrano aforismi lunghi quattro pagine montati insieme senza un filo logico comune, per non parlare del filo (micro o macro) narrativo, che non esiste proprio.
Capisco lo stile non narrativo, come scelta. Per quanto non mi attiri particolarmente, non mi disturba neppure se usato piacevolmente. Ma se uno sceglie di non narrare, deve sopperire in qualche modo, per tenere alta l'attenzione di chi legge.
Senza "qualcosa" su cui concentrarsi durante la lettura, lo sguardo corre sempre più rapidamente, rimestando le frasi corte e frammentate, fino a perdersi; a fondo pagina ci si accorge che nulla di quanto si è letto si è fissato nella mente. Sforzandosi di leggere una frasettina alla volta, si viene soffocati dal vuoto di tante parole saltellanti una di fianco all'altra.
A parte qualche piccola eccezione, i brani da una pagina a fine libro hanno un loro perché, pur sembrando una versione avanzata molto (troppo) simile a quelle immagini tipiche di Facebook che raffigurano un tramonto o un panorama d'atmosfera con su scritta col paint una citazione colta più o meno in contesto. Purtroppo ho una opinione molto bassa di chi si lascia irretire dalla poetica poesia facilona in jpg.
Forse sono poco sensibile, ma non sono davvero riuscito a digerire Mille candele danzanti.
La quarta di copertina faceva delle promesse: "Un atto d’amore verso i libri, ovvero chi li legge, chi li scrive, chi è un autore celebre, chi scribacchia nel tempo libero, chi scrive la propria storia vivendo... c’è un filo che unisce chi ama i libri.". Promesse tradite senza pietà. C'è un sottile tema comune, narrazione e lettura, ma non esiste macrotesto di alcun genere, sembrano aforismi lunghi quattro pagine montati insieme senza un filo logico comune, per non parlare del filo (micro o macro) narrativo, che non esiste proprio.
Capisco lo stile non narrativo, come scelta. Per quanto non mi attiri particolarmente, non mi disturba neppure se usato piacevolmente. Ma se uno sceglie di non narrare, deve sopperire in qualche modo, per tenere alta l'attenzione di chi legge.
Senza "qualcosa" su cui concentrarsi durante la lettura, lo sguardo corre sempre più rapidamente, rimestando le frasi corte e frammentate, fino a perdersi; a fondo pagina ci si accorge che nulla di quanto si è letto si è fissato nella mente. Sforzandosi di leggere una frasettina alla volta, si viene soffocati dal vuoto di tante parole saltellanti una di fianco all'altra.
A parte qualche piccola eccezione, i brani da una pagina a fine libro hanno un loro perché, pur sembrando una versione avanzata molto (troppo) simile a quelle immagini tipiche di Facebook che raffigurano un tramonto o un panorama d'atmosfera con su scritta col paint una citazione colta più o meno in contesto. Purtroppo ho una opinione molto bassa di chi si lascia irretire dalla poetica poesia facilona in jpg.
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sabato 1 marzo 2014
La patente rivelatrice - Jane Lester
La patente rivelatrice, journal.
Forse il libro più brutto che il mondo abbia mai prodotto.
Sembra essere stato scritto ignorando ogni buon costume narrativo, punti di vista incoerenti, trama che un generatore casuale di trame può fare molto di meglio. Personaggi schizofrenici, colpi di scena che vengono così tanto telefonati ed attesi da quasi fare il giro e tornare ad essere inaspettati.
La storia: Claudia ha un incidente in cui muore tutta la sua famiglia, ma si riprende e si ricorda la faccia della ragazza che le è venuta addosso con l'auto.
Il suo medico le offre un lavoro come "dama da compagnia" per Gillian, una ragazza che ha avuto un incidente ed ha perso la memoria. Claudia accetta.
Sorpresa, Gillian è la ragazza che le era venuta addosso in auto!
Ma non può essere lei, perché lo zio morto, nel testamento, le ha proibito di prendere la patente.
Vive in una grande casa con tanti parenti che si odiano a vicenda, perché lo zio morto, nel testamento, ha imposto che ci vivessero per avere l'eredità.
Gillian deve sposare Joe, perché lo zio morto, nel testamento, le ha imposto questa condizione per ereditare.
E non può vedere i suoi amici perché lo zio morto, nel testamento, le ha proibito le cattive frequentazioni.
Insomma, ha uno zio impiccione il cui testamento sembra essere creato apposta per creare l'ambientazione.
Altra nota comica sono i punti di vista. Nel tentativo di narrare tutto dal punto di vista di Claudia, l'autrice usa degli escamotage improbabili per farle avere le informazioni utili alla storia.
"Un contadino ha osservato la scena con un telescopio",
"una persona era nascosta nell'ombra" - a mezzogiorno in una stanza semivuota,
"c'era un bambino seduto sul sedile posteriore dell'auto sotto ad una coperta, che però non è morto nell'incidente perché è rotolato fuori dall'auto all'ultimo",
"la madre di un contadino ha visto Gillian e l'ha seguita".
Alla fine tutti si innamorano di tutti e cambiano idea, chi odiava Claudia muore in maniera ridicola ed improbabile. I piani dei cattivi farebbero ridere persino i cattivi Disney per quanto sono inefficaci, la soluzione del mistero è il titolo del libro (wow, sorpresona!), e tutte le coppie possibili si sposano, poco dopo ad una moria massiccia di parenti, che sensibilità.
L'unico motivo per cui potrei suggerire di leggere questo libro, è se siete scrittori in cerca di autostima, in questo caso sarebbe perfetto per sentirvi istantaneamente dei semidei della letteratura.
Forse il libro più brutto che il mondo abbia mai prodotto.
Sembra essere stato scritto ignorando ogni buon costume narrativo, punti di vista incoerenti, trama che un generatore casuale di trame può fare molto di meglio. Personaggi schizofrenici, colpi di scena che vengono così tanto telefonati ed attesi da quasi fare il giro e tornare ad essere inaspettati.
La storia: Claudia ha un incidente in cui muore tutta la sua famiglia, ma si riprende e si ricorda la faccia della ragazza che le è venuta addosso con l'auto.
Il suo medico le offre un lavoro come "dama da compagnia" per Gillian, una ragazza che ha avuto un incidente ed ha perso la memoria. Claudia accetta.
Sorpresa, Gillian è la ragazza che le era venuta addosso in auto!
Ma non può essere lei, perché lo zio morto, nel testamento, le ha proibito di prendere la patente.
Vive in una grande casa con tanti parenti che si odiano a vicenda, perché lo zio morto, nel testamento, ha imposto che ci vivessero per avere l'eredità.
Gillian deve sposare Joe, perché lo zio morto, nel testamento, le ha imposto questa condizione per ereditare.
E non può vedere i suoi amici perché lo zio morto, nel testamento, le ha proibito le cattive frequentazioni.
Insomma, ha uno zio impiccione il cui testamento sembra essere creato apposta per creare l'ambientazione.
Altra nota comica sono i punti di vista. Nel tentativo di narrare tutto dal punto di vista di Claudia, l'autrice usa degli escamotage improbabili per farle avere le informazioni utili alla storia.
"Un contadino ha osservato la scena con un telescopio",
"una persona era nascosta nell'ombra" - a mezzogiorno in una stanza semivuota,
"c'era un bambino seduto sul sedile posteriore dell'auto sotto ad una coperta, che però non è morto nell'incidente perché è rotolato fuori dall'auto all'ultimo",
"la madre di un contadino ha visto Gillian e l'ha seguita".
Alla fine tutti si innamorano di tutti e cambiano idea, chi odiava Claudia muore in maniera ridicola ed improbabile. I piani dei cattivi farebbero ridere persino i cattivi Disney per quanto sono inefficaci, la soluzione del mistero è il titolo del libro (wow, sorpresona!), e tutte le coppie possibili si sposano, poco dopo ad una moria massiccia di parenti, che sensibilità.
L'unico motivo per cui potrei suggerire di leggere questo libro, è se siete scrittori in cerca di autostima, in questo caso sarebbe perfetto per sentirvi istantaneamente dei semidei della letteratura.
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