sabato 20 agosto 2016

L'ultima riparazione - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, in occasione della Special Steampunk Edition di Luglio 2016.

L'ultima riparazione - Andrea Partiti

— Ragazzo! Abbiamo un guasto!
Appoggiai il pezzo di metallo che stavo limando e mi girai verso il vecchio Mot. Tutti erano ragazzi, per lui.
— Dove? — gli chiesi.
— Giù al tunnel della Chiesa, — indicò il pannello della rete energetica del villaggio, — è uno dei tubi grossi, dove ci siamo agganciati direttamente alla linea centrale di Sopra.
Sbiancai, ma Mot non lo notò nella penombra.
— È un problema…
— È un problema sì! Se perde pressione se ne accorgeranno pure loro. Dobbiamo ripararlo o far sparire l’allacciamento, — Mot scosse la testa.
— Sapevo che era stupido attaccarsi alla linea centrale. Che bisogno c’era? Avrei volentieri messo su dieci allacciamenti a tubi più piccoli pur di non rischiare.
— Non stava a noi decidere, — disse Mot, mentre recuperava una sacca di attrezzi e me la lanciava.
— Non è mai stata una buona idea rubare il vapore da quelli di Sopra, da in partenza. — Misi al collo gli occhiali protettivi.
— 15:38?
— 15:38, — risposi, dopo aver estratto il mio orologio. Ero sincronizzato.
— Alle 15:50 sgancio il nostro sistema. Hai abbastanza tempo per arrivare sotto alla Chiesa e valutare il danno. Da quando apro le valvole hai un’ora per riparare o isolare il guasto.
— Dammi del filo da saldatura, di quello buono.
— Stagno e argento, — Mot mi lanciò una grossa bobina, — tutte quello che ci resta. Spicciati, o rischiamo che qualcuno da Sopra si insospettisca.
Corsi fuori, lungo la via illuminata da lampade a gas. Tutti erano nei tunnel a caccia o a raccogliere rottami, a quell’ora.
Passando dalla piazza del mercato feci segno all’unica anima presente, un bambino nero come il carbone che trasportava: — Vieni con me, è un’emergenza! — Mi riconobbe, abbandonò il suo carico e mi seguì senza protestare. L’avrei mandato di corsa da Mot in caso di bisogno.
Arrivato al tunnel che cercavo, mi abbassai per evitare il primo arco di mattoni sporgenti e mi lanciai nel buio. Entro poco gli occhi si sarebbero adattati.
Fu facile trovare il condotto che cercavo, mi bastò seguire il fischio stridulo e il calore. All’ultima svolta il suono calò d’intensità diventando tollerabile: Mot aveva sganciato la rete.
Alzati gli occhiali riuscii a valutare meglio la situazione. Un grosso squarcio partiva dalla giunzione. Dovevo tirar giù tutto e chiuderlo.
Sospirai. — Stai indietro, è pericoloso, — dissi al giovane cooptato.
Estrassi un mazzuolo e mi misi al lavoro. Staccato il tubo della rete del villaggio e impilatolo a pezzi in un angolo, tirai fuori delle piastre metalliche dalla sacca. Una volta in forma sarebbero state perfette per riparare il danno.
Annuivo, compiaciuto perché mi restava ancora mezz’ora, quando sentii un un ronzio, una forte luce mi ferì gli occhi. Una voce mi intimò: — Fermo dove sei! Fatti vedere o spariamo!
Obbedii, andai incontro alla voce.
— Criminale! Hai fatto saltare il condotto e te ne stai pure a rimirare il risultato!
Intravidi il ragazzino sparire nel buio.
Annuii per confermare l’accusa, inginocchiandomi di fronte ai moschetti puntati su di me.

martedì 16 agosto 2016

Il professor Gargoyle - Charles Gilman

 Scuola Media Lovecraft #1

La nuova serie di romanzi da brivido targata Salani Editore. Preparatevi a fare i conti con i vostri peggiori incubi! Strane cose stanno accadendo alla Scuola Media Lovecraft. Ratti saltano fuori dagli armadietti. Gli studenti scompaiono. La biblioteca scolastica è un vero e proprio labirinto di corridoi. E l'insegnante di scienze si comporta in modo molto particolare. Infatti, sembra proprio essere un mostro mascherato da essere umano. Robert Arthur ora sa che la sua seconda media sarà qualcosa di molto molto strano. Questo primo volume della serie pone le basi per tutte le avventure che seguiranno.

La scuola media Lovecraft è un'ambientazione bellissima. Costruita riciclando pezzi e materia della villa di un cultista dedito agli esperimenti, è piena di portali, di creature, di misteri.

Buttarci dentro un ragazzo normale e senza alcuna esperienza dell'occulto può solo creare situazioni entusiasmanti! O mortali.

Bellissima l'idea di usare un'ambientazione lovecraftiana per un romanzo per ragazzi. Questo lo rende doppiamente godibile, leggendo la storia ingenua e giocando a trovare riferimenti e allusioni al "canone", le formule, le creature, gli antichi, le dimore scricchiolanti dietro alle cui porte si nascondono immancabilmente orrori appena descrivibili.

Robert Arthur, il protagonista, è un ragazzo estremamente comune. Il suo problema principale è Glenn, il bullo che lo tormenta, ed è quella la grande evoluzione di questo primo racconto. Robert è solo e vessato all'inizio, ma i pericoli della scuola spingono insieme e rendono amici per sopravvivenza i due ragazzi. Certo, a loro si unisce una ragazza-fantasma, ma è secondario.

Il professor Gargoyle del titolo, nome esteso Garfield Goyle, è una delusione perché non mantiene le promesse del suo nome, nonostante la sua malvagità. Anzi, il nome sembra essere quello vero di una persona qualsiasi, il che rende ancora più sconcertante la coincidenza. Non ho apprezzato il titolo-esca, ma lo stile accattivante e le idee di fondo dell'ambientazione hanno compensato ampiamente questa delusione.

mercoledì 10 agosto 2016

Le voci della sera - Natalia Ginzburg

In questo romanzo, scritto durante il soggiorno di Natalia Ginzburg a Londra e uscito per la prima volta nel 1961, è racchiuso il senso delle storie di famiglia: la presenza degli anziani e il venir su dei giovani, quel loro crescere diversi da quanto ci si sarebbe aspettato, l'allacciarsi e il mutare degli amori, delle amicizie e delle antipatie, tutte cose che l'autrice esprime con un ardore senza uguali e un'assorta caparbietà, quasi per sottrarle alla devastazione e alla perdita. Come in una lunga saga familiare i personaggi e le vicende si svelano con uno stile spoglio. Della taciturna ragazza che scrive in prima persona soffriamo le speranze e le delusioni senza una riga di commento o giudizio o introspezione. È il modo di raccontare della Ginzburg, fedele al rigore delle notazioni oggettive, attento a riportare le battute di un dialogo, la cadenza di una frase.
Le voci della sera ha uno stile ancora più spoglio di quanto non associassi alla penna di Natalia Ginzburg. In questa piccola saga familiare i personaggi ci vengono presentati uno a uno, ordinatamente, e altrettanto ordinatamente ognuno trova un suo posto preciso, in un equilibrio perfettamente giustificato da tutto il suo passato, le sue aspirazioni e le sue relazioni.

Gli uomini che sembrano prendere le grandi decisioni, sono personaggi molto vuoti, che si lasciano trascinare dagli eventi, ma è ben nascosto questo fenomeno. Le donne hanno uno spessore maggiore, soprattutto quelle giovani e con una buona prospettiva sul mondo, spesso contrapposte a madri o zie dai discorsi vuoti, che evocano lo spirito delle chiacchiere da salotto piemontese.

C'è una grande pacatezza in questo romanzo, mai confusa con la rassegnazione.

Willy acchiappafantasmi e gli extraterrestri - Roger Collinson

Una lettura estiva e leggera, da tenere di fianco alla porta d'ingresso da leggere quando alle quattro del mattino il gatto chiama per entrare, ma vuole prima mangiare i croccantini fuori dalla porta e devo aspettarlo.

Willy è un bambino normale, anzi, è un bambino vintage che ama il fango, i giochi, gli animali e si trova in una società in cui ci si aspetta che i ragazzini della sua età crescano più rapidamente e si dedichino ad attività meno infantili.

Il titolo è un adattamento orrendo in cui si fondono due dei racconti della raccolta completamente scorrelati, quello in cui Willy ha a che fare con i fantasmi e quello in cui incontra degli alieni. Pessima scelta, confusa e pretestuosa.

L'autore è chiaramente un Trekker, le allusioni a Star Trek sono onnipresenti, nei nomi dei personaggi, in situazioni ricorrenti della serie riprese nei racconti. Il nonno stesso di Willy è un trekker (e ammetto che i fan originali della serie hanno l'età giusta per essere nonni), va alle convention, si mette la divisa. Questo aggiunge un livello di complessità e ammiccamenti che rende i racconti piacevoli da leggere anche superata l'età di copertina.

La struttura con personaggi ricorrenti che popolano il mondo di Willy lo rende simpatico alleggerendo la lettura, l'autore ci mette pochissimo a caratterizzare la madre e il nonno e a creare dei pattern di comportamento che ci si aspetta e viene regolarmente interrotto dagli imprevisti che avviano i racconti.

sabato 6 agosto 2016

Mago a metà - Terry Brooks

Questor Thews, il mago a metà del titolo, pensa di aver trovato il modo per far tornare umano Abernathy. Una magia sperimentale e in cui Abernathy deve indossare il medaglione dell'Alto Signore.
Ovviamente non funziona e viene mandato sulla terra, scambiato con una bottiglia contenente un demonietto che inizia a fare danni.
Il resto della storia è una parabola la cui morale è "non dividere il party", perché se una parte è sulla terra e una parte è a Landover, nulla di buono può succedere.
Il darkling (l'abitante della bottiglia) viene passato di mano in mano, gli gnomi, il Signore del Fiume, finendo poi alla Strega del Crepuscolo.
Sulla terra ben Holiday insegue le tracce di un cane umanoide, non troppo difficile da rintracciare, e si trova a combattere contro il passato signore di Landover, ora ricco possidente annoiato, isolato nel suo castello.

Questo libro della saga segna il distacco completo dalla vita passata di Ben, viene archiviato il ricordo della moglie, senza rimpianti, per accettare completamente Willow e la sua natura fatata. Le meccaniche stesse di Landover e della magia diventano più facili da accettare, il Paladino una seconda natura. Anche se la storia è minima e spesso simplicistica, tutti i personaggi subiscono una forte evoluzione, primo tra tutti Questor Thews che per la prima volta troviamo a suo agio nell'usare la magia, per combattere con Strabo e convincerlo a irrompere nel nostro mondo e salvare il gruppetto sperduto. Anche lui esce dall'ombra del fratello trovando la sua identità.

martedì 26 luglio 2016

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, secondo classificato nella Special Monsters Edition di Giugno 2016, in una versione leggermente editata e (spero) migliorata.

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Il daimyo Nabeshima Mitsushige era noto per due grandi passioni: i gatti e il gioco del go.
La sua abilità di governante della provincia di Hizen ne era però intaccata: ignorava gli han confinanti e si chiudeva nel suo palazzo di Nabeshima per giorni, studiando gli antichi maestri cinesi e leggendo poesie durante il giorno, cercando nelle stelle il suo futuro durante la notte.
Ignorando gli Editti sulla Compassione verso gli Animali dello shogun Tokugawa, allontanava dalle sue terre cani, tanuki e ogni altra creatura considerata molesta per i suoi preziosi felini. La sola vista di un macilento cane randagio scatenava una nuova battuta di caccia per le vie della città.
Fu con questa fama in mente che Ryuzoji Matashichi si avvicinò alla residenza di Nabeshima, convocato con urgenza. Il daimyo cercava uno sfidante e aveva invitato gli allievi più promettenti dell’han, uno da ogni monastero.
Nella sala in cui fu accompagnato da due anziane domestiche, sedevano a terra altri due monaci dall’aspetto non dissimile da quello di Ryuzoji: le vesti povere, le teste rasate, un rosario al collo. Si sedette accanto a loro senza un cenno.
La stanza era spoglia con al centro un goban tra due semplici cuscini, senza neppure uno schienale o un bracciolo. Le goke erano aperte, in attesa di un giocatore.
Gli unici altri presenti erano quattro grosse gatte, sdraiate al sole sui tatami, come padrone della casa.
Senza clamore Nabeshima Mitsushige entrò nella stanza da una porta scorrevole e si inginocchiò di fronte al goban. Prese la goke contenente le pietre bianche e la avvicinò a sé.
Rispondendo a un implicito ordine, il primo dei tre monaci si avvicinò e si sedette in seiza di fronte al daimyo, a capo chino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La migliore delle sfide, — rispose il primo sfidante. — Ogni mossa taglia più di una katana, ogni pietra svela strategie degne di Changqing.
Nabeshima lo congedò con un cenno del capo. Una gatta rossa lo seguì fuori dalla stanza.
Il secondo si fece avanti prendendone il posto sul cuscino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La più nobile delle arti, — rispose il secondo sfidante. — Ogni mossa è armonia, ogni pietra si dispone a creare un mondo, come le sillabe nei tanka o i fiori nel kadō.
Un secondo cenno del capo e anche il monaco sfidante sparì, seguito da una gatta bianca.
L’ultimo sfidante si avvicinò.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— Lo specchio dell’anima, — rispose Ryuzoji Matashichi. — Se nascondo dell’ira, sarò aggressivo nel mio gioco; se sono un codardo, le mie mosse saranno pavide. Nulla resta nascosto.
— È lo shudan, il parlare con le mani. Dici bene.
— Sì, maestro Nabeshima.
— Vediamo, quindi. Ancora non giocherai con me: una delle mie compagne sarà la tua sfidante, — indicò una delle gatte rimaste, che rispose al suo gesto avvicinandosi.
Il daimyo si alzò prendendo la posizione da osservatore a lato del goban, mentre la gatta nera, con grande stupore di Ryuzoji, si sedeva di fronte a lui, gli occhi appena sopra al piano di gioco.
— Mostrati, — le ordinò Nabeshima Mitsushige.
L’aria si fece rarefatta, mentre l’animale cresceva di dimensioni, il pelo si trasformava in un abito pesante, gli artigli in unghie curate, i lineamenti felini in quelli di una donna pallida e delicata. Solo tracce di bianco nei capelli e gli strani occhi gialli rivelavano la sua natura di yōkai. Sorrideva in modo inappropriato alla presenza del daimyo, ma questi sembrava non curarsene.
— I tuoi compagni sono morti, — disse la fanciulla.
Ryuzoji non reagì, ancora incredulo per l’avvenuto.
Lei continuò: — Con il loro spirito impuro non meritavano di confrontarsi con il maestro Nabeshima e sono stati sacrificati.
Ryuzoji Matashichi domandò al daimyo: — Perché questi bakeneko vivono nella vostra casa? Gli spiriti dovrebbero vivere lontano dagli uomini, è innaturale.
— I bakeneko sono i miei maestri, rappresentano le quattro virtù del go. Incarnano la flessibilità, l’attenzione, la delicatezza e la spietatezza. Divorano i giocatori indegni e nutrendosene alimentano il mio spirito, la mia abilità.
Ryuzoji annuì, perché erano le virtù che lui stesso perseguiva, giorno dopo giorno.
Onegai shimasu, — gli disse la gatta nera.
Yoroshiku onegai shimasu, — rispose Ryuzoji Matashichi, chinando la testa e posando con uno schiocco sonoro la prima pietra.

lunedì 25 luglio 2016

I miei premi - Thomas Bernhard

Supremamente ottuso è per Bernhard il mondo dei premi letterari, di cui traccia un ritratto insieme crudele e divertentissimo, senza risparmiare frecciate a nessuno, neanche a se stesso: «Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso» dice a proposito del premio Franz Theodor Csokor. Al grottesco balletto prendono parte stolidi largitori e beneficati vanesi; ministre che russano durante i panegirici per poi risvegliarsi di botto sbraitando imperiose: «Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?»; conferitori di attestati e di prebende che, scambiando il sesso dei poeti laureandi, parlano con disinvoltura della «signora Bernhard»; politici opportunisti e di abissale ignoranza preoccupati solo di fare passerella; giurie letterarie insipienti ma ben liete di trasferirsi, spesate di tutto, nei migliori alberghi e ristoranti; finanziatori che con un esborso spudoratamente basso si assicurano pubblicità a buon mercato e una fama di generosi mecenati; e grossolani esponenti dell’industria che presentandolo parlano diffusamente dello «straniero nato in Olanda», il quale però «già da qualche tempo vive tra noi», e al quale attribuiscono senza fare una piega un fantomatico romanzo ambientato in un’isola del Sud. «Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo» pensa tuttavia Bernhard, e non nega affatto di averlo speso volentieri, soprattutto se gli ha dato l’occasione per comprarsi finalmente una Triumph Herald.
È strano avvicinarsi a un autore non tramite una sua opera, un romanzo, dei racconti, ma a una piccola raccolta di spaccati autobiografici sui premi letterari da lui ricevuti e accettati. È un modo meta e piacevole per scoprire cosa la critica e i colleghi letterati pensavano di lui quando era in attività, quali scandali (ormai passati e irrilevanti) ha vissuto, cosa l'ha guidato nelle grandi scelte.

Ammetto che questi piccoli siparietti dall'aria in parte comica, in parte triste e sconsolata nei confronti dell'ambiente letterario, che sembra essere sempre immutabile e involuto in sé stesso in ogni epoca e in ogni luoco, mi hanno reso Thomas Bernhard simpatico e attraente, per il suo senso morale e per il suo approccio al mondo.

Per ogni premio che descrive, a parte poche eccezioni, passa da alcuni stadi di "elaborazione del premio" che sono perfettamente comprensibili e condivisibili.

Non voglio il premio, dovrei vedere gente spiacevole.
Mi danno dei soldi, però.
Prendo il premio per i soldi.
Devo scrivere un discorso, non ho idee.
Lo faccio domani.
Il discorso è tra mezz'ora, invento qualcosa.
Il mio discorso delude la folla.
Ho dei soldi, questa volta non li spreco.
Oooh, un'automobile/casa/altro lo compro.
Non ho soldi.

Il tutto ripetuto fino alla decisione drastica, una volta affermato come scrittore e senza più bisogno dei vari premi, di rifiutare qualsiasi riconoscimento da parte di associazioni o simili.

Nel frattempo, Bernhard ci parla della relazione con quella che chiama "zia", e che in altre opere definisce con un suo neologismo Lebensmensch, la persona più importante della sua vita, che lo accompagna e guida lungo il percorso di vita e letterario. Ci parla dei suoi romanzi e del suo rapporto con editor ed editori. Ci parla della sua infanzia e delle ripercussioni che ha avuto sul suo lavoro.

La versione di Ad alta voce di I miei premi non è eccelsa, al contrario di buona parte dei loro adattamenti ad audiolibri. Troppa musica riempitivo e scelta con dei criteri dubbi. Saltare da discorsi filosofici alla musica techno una volta può funzionare, due volte si tollera, di più disturba solo. L'abituale musica classica come inframezzo/riempitivo forse non piace a tutti, ma è sicuramente una scelta più sicura e solida per un programma culturale.