Arrivati al terzo volume della serie del BarLume, Pineta inizia a diventare una sorta di Cabot Cove della Toscana, dove inizia ad essere pericoloso vivere per l'alto tasso di mortalità tipico dei gialli. Ovviamente tutti omicidi.
Penso che quel che fa sempre tornare ai libri di Malvaldi sia anche la brevità, ci sono dei tempi morti ma sono quasi sempre giustificati, o servono ad inquadrare delle situazioni utili (seppur in questo caso siano troppo rivelatori).
Delle storie semiavvincenti di lunghezza modesta, un paio d'ore di letture, è spesso esattamente quello di cui si ha bisogno per rilassarsi senza lasciare un senso di incompiutezza per aver dovuto interrompere una storia. Ti immergi, segui Massimo, Tiziana, i vecchini toscani nell'indagine, risolvi il caso autonomamente, perché come sempre il colpevole è l'unico personaggio che sembra essere messo nella storia senza uno scopo, più volte, insistentemente. A questo punto ci si sente intelligenti ed appagati.
Non ho amato molto la lunga parentesi politico-elettorale, troppo involuta ed irrilevante, con allusioni a fatti di cronaca reale che rendono Il re dei giochi già poco leggibile dopo pochi anni, figuriamoci fra qualche lustro...
Le parentesi con le spiegazioni di probabilità fanno un po' rabbrividire, ma quando mai abbiamo visto la matematica usata propriamente in narrativa?
mercoledì 28 maggio 2014
La capanna dello zio Tom - Harriet Beecher Stowe
La capanna dello zio Tom, audiolibro su Liberliber.
Questo libro è invecchiato molto male. Magari era un grande manifesto antischiavista ed un inno alla tolleranza, all'epoca, ora sembra un calderone degli stereotipi più beceri e negativi.
Chiunque sia bianco si categorizza come:
- maniaco religioso che supporta le libertà personali solo perché Gesù dice così, e non perché ne sia intimamente convinto
- sadico crudele che si diverte a torturare i suoi schiavi senza alcuna ragione apparente, con una propensione speciale per punire gli schiavi più devoti.
Chiunque sia nero si categorizza come:
- schiavo crudele che gode nell'infliggere dolore agli altri schiavi e a sentirsene superiore.
- schiavo spaventato di essere libero che è felice di avere qualcuno che dirige la sua vita e gli dice cosa farne.
- schiavo iperreligioso che accetta il suo destino con rassegnazione e spirito di sacrificio, perché la Bibbia tra le altre cose gli suggerisce di obbedire ai suoi padroni.
La Bibbia effettivamente non condanna la schiavitù, anzi, la regola in maniera molto specifica raccomandando agli schiavi di stare buoni. Quindi penso sia stato molto confuso e sbagliato scegliere il cristianesimo come elemento discriminante tra schiavisti ed antischiavisti. Il fatto che buona parte del libro sia un insistere costantemente sui pregi della religione, ignorandone completamente gli ovvi problemi, non può funzionare per un lettore razionale.
Per quanto riguarda la storia, i personaggi sono delle macchiette, se hanno una caratteristica, non è mai moderata, è estrema ed esagerata. La trama ha dei buchi che ci passerebbe un cammello attraverso. Molto presto le storie che ci vengono raccontate si biforcano, senza venire più a contatto fino ad una carrambata finale - "Io ero il suo padrone! Ed io sono sua sorella! Ed io sono la suocera! Che caso, ci siamo trovati proprio sulla stessa barca a parlare per caso della stessa persona!"
Diciamo che un finale aperto sarebbe stato più piacevole che una forzatura simile, con successivo quadretto storico di riepilogo.
Questo libro è invecchiato molto male. Magari era un grande manifesto antischiavista ed un inno alla tolleranza, all'epoca, ora sembra un calderone degli stereotipi più beceri e negativi.
Chiunque sia bianco si categorizza come:
- maniaco religioso che supporta le libertà personali solo perché Gesù dice così, e non perché ne sia intimamente convinto
- sadico crudele che si diverte a torturare i suoi schiavi senza alcuna ragione apparente, con una propensione speciale per punire gli schiavi più devoti.
Chiunque sia nero si categorizza come:
- schiavo crudele che gode nell'infliggere dolore agli altri schiavi e a sentirsene superiore.
- schiavo spaventato di essere libero che è felice di avere qualcuno che dirige la sua vita e gli dice cosa farne.
- schiavo iperreligioso che accetta il suo destino con rassegnazione e spirito di sacrificio, perché la Bibbia tra le altre cose gli suggerisce di obbedire ai suoi padroni.
La Bibbia effettivamente non condanna la schiavitù, anzi, la regola in maniera molto specifica raccomandando agli schiavi di stare buoni. Quindi penso sia stato molto confuso e sbagliato scegliere il cristianesimo come elemento discriminante tra schiavisti ed antischiavisti. Il fatto che buona parte del libro sia un insistere costantemente sui pregi della religione, ignorandone completamente gli ovvi problemi, non può funzionare per un lettore razionale.
Per quanto riguarda la storia, i personaggi sono delle macchiette, se hanno una caratteristica, non è mai moderata, è estrema ed esagerata. La trama ha dei buchi che ci passerebbe un cammello attraverso. Molto presto le storie che ci vengono raccontate si biforcano, senza venire più a contatto fino ad una carrambata finale - "Io ero il suo padrone! Ed io sono sua sorella! Ed io sono la suocera! Che caso, ci siamo trovati proprio sulla stessa barca a parlare per caso della stessa persona!"
Diciamo che un finale aperto sarebbe stato più piacevole che una forzatura simile, con successivo quadretto storico di riepilogo.
martedì 27 maggio 2014
Pippi Calzelunghe - Astrid Lindgren
Dopo essermi imbattuto per caso nella serie tv, che abitava nel mio subconscio sotto forma di vaghi ricordi d'infanzia, prima di provare a rivedere qualche episodio, ho voluto leggere il libro da cui era tratta.
Pippi Calzelunghe farebbe Inorridire il genitore moderno. Pippi è un piccolo mostro irresponsabile e dannoso, che polverizza qualsiasi tentativo di educazione dei figli altrui.
Gioca con pistole cariche.
Si butta in un fosso pieno d'acqua "perché può".
Invita sconosciuti in casa.
Sale sul tetto.
Gioca in cima alle scale a pioli.
Mischia medicine a caso per poi assaggiarle.
Tiene animali in casa.
Beve quantità folli di caffè.
Si scontra con le autorità lottando con i poliziotti che la vogliono mandare a scuola.
Quando ci va spontaneamente si ribella al sistema scolastico.
Si butta da un po' qualsiasi posto alto in cui si trovi, case, alberi, scogliere.
Non prova neppure a gestire il suo (troppo) denaro.
Penso sia questo che la rende così affascinante per i bambini che leggono. Il senso di trasgressione in una lista sterminata di precetti inviolabili in qualsiasi casa.
Il libro è molto serializzato, brevi racconti che raccontano di una singola giornata o poco più dei due protagonisti, Tommy ed Annika, insieme al piccolo mostro dalla forza sovrumana, Pippi. La lunghezza è perfetta per l'attenzione di un bambino che legge, lo stesso i temi. C'è una macrostoria, ma appena il necessario per invogliare a riprendere la lettura per il capitolo dopo.
Ammetto che leggere Pippi Calzelunghe in un'unica sessione è stato molto stancante, è chiaramente il modo sbagliato di "usare" questo libro.
Curiosità trovate cercando informazioni. Astrid Lindgren ha
doverosamente rifiutato a Miyazaki - colpevole di aver mutilato un
numero notevole di libri per ragazzi - i diritti per trasformare Pippi
in un lungometraggio della Ghibli, titolo di produzione Nagagutsushita no Pippi.
Ringraziamo di non avere tra le mani un altro caso Castello Errante (che tristezza), e ci godiamo tutto quel che sopravvive: gli storyboard preparati da Miyazaki per convincere l'autrice della fattibilità del progetto; il personaggio di Pippi riciclato prima in Mimiko di Panda Kopanda, poi in Mei di Totoro; passando per i panorami scandinavi che diventeranno ricorrenti nella produzione di Miyazaki, dopo il suo viaggio a caccia del consenso della Lindgren!
Pippi Calzelunghe farebbe Inorridire il genitore moderno. Pippi è un piccolo mostro irresponsabile e dannoso, che polverizza qualsiasi tentativo di educazione dei figli altrui.
Gioca con pistole cariche.
Si butta in un fosso pieno d'acqua "perché può".
Invita sconosciuti in casa.
Sale sul tetto.
Gioca in cima alle scale a pioli.
Mischia medicine a caso per poi assaggiarle.
Tiene animali in casa.
Beve quantità folli di caffè.
Si scontra con le autorità lottando con i poliziotti che la vogliono mandare a scuola.
Quando ci va spontaneamente si ribella al sistema scolastico.
Si butta da un po' qualsiasi posto alto in cui si trovi, case, alberi, scogliere.
Non prova neppure a gestire il suo (troppo) denaro.
Penso sia questo che la rende così affascinante per i bambini che leggono. Il senso di trasgressione in una lista sterminata di precetti inviolabili in qualsiasi casa.
Il libro è molto serializzato, brevi racconti che raccontano di una singola giornata o poco più dei due protagonisti, Tommy ed Annika, insieme al piccolo mostro dalla forza sovrumana, Pippi. La lunghezza è perfetta per l'attenzione di un bambino che legge, lo stesso i temi. C'è una macrostoria, ma appena il necessario per invogliare a riprendere la lettura per il capitolo dopo.
Ammetto che leggere Pippi Calzelunghe in un'unica sessione è stato molto stancante, è chiaramente il modo sbagliato di "usare" questo libro.
![]() |
| Il link originale sul sito di Ghibliworld. |
Ringraziamo di non avere tra le mani un altro caso Castello Errante (che tristezza), e ci godiamo tutto quel che sopravvive: gli storyboard preparati da Miyazaki per convincere l'autrice della fattibilità del progetto; il personaggio di Pippi riciclato prima in Mimiko di Panda Kopanda, poi in Mei di Totoro; passando per i panorami scandinavi che diventeranno ricorrenti nella produzione di Miyazaki, dopo il suo viaggio a caccia del consenso della Lindgren!
lunedì 26 maggio 2014
Un mondo per gli artefici - Charles Sheffield
Urania 1606, Maggio 2014
Un mondo per gli artefici è la mia prima lettura nell'Heritage Universe. È un mondo molto più antico di quanto siamo abituati nelle sage di fantascienza. Questo vuol dire una attendibilità tecnologica molto bassa, ma anche delle dinamiche razziali complesse ed interessanti da sviluppare.
Sono proprio le interazioni di razze a guidare questo racconto. In forma enciclopedica ci vengono presentate una ad una le razze coinvolte nella storia, con la loro fisiologia, i loro sensi anche molto distanti da quelli umani, le loro dinamiche sociali spesso incomprensibili o incomunicabili.
Ammetto che è piacevole, dopo così tanti alieni umanoidi e troppo simili agli umani, vedere così tanta varietà insieme. Sistemi di comunicazione, strutture fisiche diverse ed incredibilmente adattate all'habitat originale. Strutture sociali incompatibili, dall'estrema reclusione di alcune, al parassitismo sessuale di altre. Certo, si vede spesso una allusione a specie o meccaniche sviluppate da animali terrestri, ma sempre usate in maniera originale.
Un gruppo misto di diverse specie, insieme ad computer umanizzato, si trovano ad esplorare un manufatto-planetoide di una razza antica, gli Artefici. Il primo nuovo artefatto scoperto da molti anni, che si rivela essere molto più delle costruzioni enormi, inalterabili e vuote a cui sono abituati gli studiosi.
Si trovano coinvolti in una trappola-test che aspettava il giusto livello di civilizzazione delle specie in evoluzione che gli Artefici ritenevano dominanti. Quello che non avevano previsto era che si presentassero insieme, anziché una alla volta.
Alcuni dei personaggi sono reduci da vicende precedenti su uno dei pianeti nel medesimo sistema solare e spesso sono complicati da capire, senza questi precedenti.
Da cercare, dell'Heritage Universe:
Urania 1274, Quake, un pianeta proibito
Urania 1359, Punto di convergenza
Civiltà antichissime, reperti che tornano alla luce dopo millenni, manufatti sepolti sotto strati di sabbie o di lava sono un tema prediletto dell'immaginazione fin da quando, nel 1748, re Carlo III avviò sistematicamente gli scavi di Pompei. La fantascienza di ambiente planetario eredita questa tradizione spostandola su un piano ipertecnologico, ed eccoci arrivati su Quake (un pianeta già visitato dai lettori di "Urania" nel n. 1274). La razza degli Artefici nasconde i suoi segreti lassù ed è per questo che una delegazione umana ed extraumana ha cercato a lungo di approdarvi. Ma se per Darya Lang si tratta soprattutto di una sfida intellettuale, per altri il mistero può nascondere insidie letali. Infatti i guai cominciano - per umani ed extraumani - non quando l'enigma è ancora insoluto e gli scavi sono a rischio soltanto di una cattiva amministrazione, ma quando i manufatti svelano, poco a poco, la loro vera funzione di trappole nello spazio...
Un mondo per gli artefici è la mia prima lettura nell'Heritage Universe. È un mondo molto più antico di quanto siamo abituati nelle sage di fantascienza. Questo vuol dire una attendibilità tecnologica molto bassa, ma anche delle dinamiche razziali complesse ed interessanti da sviluppare.
Sono proprio le interazioni di razze a guidare questo racconto. In forma enciclopedica ci vengono presentate una ad una le razze coinvolte nella storia, con la loro fisiologia, i loro sensi anche molto distanti da quelli umani, le loro dinamiche sociali spesso incomprensibili o incomunicabili.
Ammetto che è piacevole, dopo così tanti alieni umanoidi e troppo simili agli umani, vedere così tanta varietà insieme. Sistemi di comunicazione, strutture fisiche diverse ed incredibilmente adattate all'habitat originale. Strutture sociali incompatibili, dall'estrema reclusione di alcune, al parassitismo sessuale di altre. Certo, si vede spesso una allusione a specie o meccaniche sviluppate da animali terrestri, ma sempre usate in maniera originale.
Un gruppo misto di diverse specie, insieme ad computer umanizzato, si trovano ad esplorare un manufatto-planetoide di una razza antica, gli Artefici. Il primo nuovo artefatto scoperto da molti anni, che si rivela essere molto più delle costruzioni enormi, inalterabili e vuote a cui sono abituati gli studiosi.
Si trovano coinvolti in una trappola-test che aspettava il giusto livello di civilizzazione delle specie in evoluzione che gli Artefici ritenevano dominanti. Quello che non avevano previsto era che si presentassero insieme, anziché una alla volta.
Alcuni dei personaggi sono reduci da vicende precedenti su uno dei pianeti nel medesimo sistema solare e spesso sono complicati da capire, senza questi precedenti.
Da cercare, dell'Heritage Universe:
Urania 1274, Quake, un pianeta proibito
Urania 1359, Punto di convergenza
venerdì 23 maggio 2014
Mille candele danzanti - Christian Bobin
Mille candele danzanti, journal.
Forse sono poco sensibile, ma non sono davvero riuscito a digerire Mille candele danzanti.
La quarta di copertina faceva delle promesse: "Un atto d’amore verso i libri, ovvero chi li legge, chi li scrive, chi è un autore celebre, chi scribacchia nel tempo libero, chi scrive la propria storia vivendo... c’è un filo che unisce chi ama i libri.". Promesse tradite senza pietà. C'è un sottile tema comune, narrazione e lettura, ma non esiste macrotesto di alcun genere, sembrano aforismi lunghi quattro pagine montati insieme senza un filo logico comune, per non parlare del filo (micro o macro) narrativo, che non esiste proprio.
Capisco lo stile non narrativo, come scelta. Per quanto non mi attiri particolarmente, non mi disturba neppure se usato piacevolmente. Ma se uno sceglie di non narrare, deve sopperire in qualche modo, per tenere alta l'attenzione di chi legge.
Senza "qualcosa" su cui concentrarsi durante la lettura, lo sguardo corre sempre più rapidamente, rimestando le frasi corte e frammentate, fino a perdersi; a fondo pagina ci si accorge che nulla di quanto si è letto si è fissato nella mente. Sforzandosi di leggere una frasettina alla volta, si viene soffocati dal vuoto di tante parole saltellanti una di fianco all'altra.
A parte qualche piccola eccezione, i brani da una pagina a fine libro hanno un loro perché, pur sembrando una versione avanzata molto (troppo) simile a quelle immagini tipiche di Facebook che raffigurano un tramonto o un panorama d'atmosfera con su scritta col paint una citazione colta più o meno in contesto. Purtroppo ho una opinione molto bassa di chi si lascia irretire dalla poetica poesia facilona in jpg.
Forse sono poco sensibile, ma non sono davvero riuscito a digerire Mille candele danzanti.
La quarta di copertina faceva delle promesse: "Un atto d’amore verso i libri, ovvero chi li legge, chi li scrive, chi è un autore celebre, chi scribacchia nel tempo libero, chi scrive la propria storia vivendo... c’è un filo che unisce chi ama i libri.". Promesse tradite senza pietà. C'è un sottile tema comune, narrazione e lettura, ma non esiste macrotesto di alcun genere, sembrano aforismi lunghi quattro pagine montati insieme senza un filo logico comune, per non parlare del filo (micro o macro) narrativo, che non esiste proprio.
Capisco lo stile non narrativo, come scelta. Per quanto non mi attiri particolarmente, non mi disturba neppure se usato piacevolmente. Ma se uno sceglie di non narrare, deve sopperire in qualche modo, per tenere alta l'attenzione di chi legge.
Senza "qualcosa" su cui concentrarsi durante la lettura, lo sguardo corre sempre più rapidamente, rimestando le frasi corte e frammentate, fino a perdersi; a fondo pagina ci si accorge che nulla di quanto si è letto si è fissato nella mente. Sforzandosi di leggere una frasettina alla volta, si viene soffocati dal vuoto di tante parole saltellanti una di fianco all'altra.
A parte qualche piccola eccezione, i brani da una pagina a fine libro hanno un loro perché, pur sembrando una versione avanzata molto (troppo) simile a quelle immagini tipiche di Facebook che raffigurano un tramonto o un panorama d'atmosfera con su scritta col paint una citazione colta più o meno in contesto. Purtroppo ho una opinione molto bassa di chi si lascia irretire dalla poetica poesia facilona in jpg.
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giovedì 22 maggio 2014
Il gioco delle tre carte - Marco Malvaldi
Seconda possibilità per Malvaldi, e se l'è giocata meglio che con il racconto precedente nella serie del BarLume, La briscola in cinque.
La lettura scorre meglio, gli influssi di pisanità si sentono molto meno e soprattutto non sono fondamentali per la vena umoristica del libro ("ahah, che ridere, lo spirito toscano" funziona solo tra toscani, per tutti gli altri è una sofferenza).
Ho apprezzato molto che, al contrario del precedente, questo fosse un giallo onesto e ben congegnato. Gli indizi utili ci sono tutti, più o meno evidenti, e non ci viene tenuto nascosto nulla di utile per lo scioglimento del mistero.
Le spiegazioni tecniche forzate per farci capire il nodo della storia sembrano un po' forzate. Non c'era davvero un modo per evitare di spiegarci il funzionamento di un computer? Penso che i lettori siano divisi tra "chi già lo sa" e "chi non lo sa e sicuramente non lo impara da questo libro", quindi sarebbe stato più sano glissare.
Continuo a trovare poco utilizzati i vecchini al bar che identificano questa serie. Sono ancora poco utili ed appena utili come spalla comica, o per dare l'imbeccata involontaria che illumina il loro barista facendogli risolvere il mistero.
La lettura scorre meglio, gli influssi di pisanità si sentono molto meno e soprattutto non sono fondamentali per la vena umoristica del libro ("ahah, che ridere, lo spirito toscano" funziona solo tra toscani, per tutti gli altri è una sofferenza).
Ho apprezzato molto che, al contrario del precedente, questo fosse un giallo onesto e ben congegnato. Gli indizi utili ci sono tutti, più o meno evidenti, e non ci viene tenuto nascosto nulla di utile per lo scioglimento del mistero.
Le spiegazioni tecniche forzate per farci capire il nodo della storia sembrano un po' forzate. Non c'era davvero un modo per evitare di spiegarci il funzionamento di un computer? Penso che i lettori siano divisi tra "chi già lo sa" e "chi non lo sa e sicuramente non lo impara da questo libro", quindi sarebbe stato più sano glissare.
Continuo a trovare poco utilizzati i vecchini al bar che identificano questa serie. Sono ancora poco utili ed appena utili come spalla comica, o per dare l'imbeccata involontaria che illumina il loro barista facendogli risolvere il mistero.
mercoledì 21 maggio 2014
La ragazza che giocava con il fuoco - Stiegg Larsson
La ragazza che giocava con il fuoco è il secondo volume della trilogia Millennium. Dopo aver letto il primo libro ed averlo molto apprezzato, pur senza considerarlo un capolavoro, non avevo aspettative altissime per un seguito. Eppure in qualche modo mi sembra migliorato il livello.
Lisbeth Salander che era una sorta di jolly per risolvere in maniera astuta qualsiasi problema, diventa un personaggio complesso, completo, con un passato che giustifica il suo modo di essere e di rapportarsi col mondo.
Mikael Blomkvist era il prototipo di giornalista perfetto, tenace, incorruttibile, astuto, un perfetto Legale Neutrale pronto a lottare con tutto se stesso in nome dell'etica professionale. In questo libro cambia e deve venire a patti con una realtà fallibile e che ha commesso uno sbaglio che non si può correggere restando nel sistema.
I due attori principali sono cambiati, forse si sono cambiati a vicenda, permettendo di raccontare una storia diversa. Il lettore da spettatore in ansia, in attesa della prossima rivelazione, diventa un lettore onnisciente, che vedendo le storie e le scoperte di tutti i personaggi, sa più di ognuno di questi singolarmente. Il lettore è un dio-bambino che guarda in maniera compiaciuta i personaggi-formica che lottano tra loro cercando di accaparrarsi i granelli di zucchero più grossi.
Inizio ad essere triste che Larsson sia morto senza concludere il suo piano di scrivere almeno 10 volumi per la serie di Millennium. Una saga con evoluzioni in perfetto stile fantasy, ma ad ambientazione giallo-moderna. Sarebbe stato qualcosa di notevole. Per ora resterò fiducioso che La regina dei castelli di carta potrebbe bastare a questo scopo!
Lisbeth Salander che era una sorta di jolly per risolvere in maniera astuta qualsiasi problema, diventa un personaggio complesso, completo, con un passato che giustifica il suo modo di essere e di rapportarsi col mondo.
Mikael Blomkvist era il prototipo di giornalista perfetto, tenace, incorruttibile, astuto, un perfetto Legale Neutrale pronto a lottare con tutto se stesso in nome dell'etica professionale. In questo libro cambia e deve venire a patti con una realtà fallibile e che ha commesso uno sbaglio che non si può correggere restando nel sistema.
I due attori principali sono cambiati, forse si sono cambiati a vicenda, permettendo di raccontare una storia diversa. Il lettore da spettatore in ansia, in attesa della prossima rivelazione, diventa un lettore onnisciente, che vedendo le storie e le scoperte di tutti i personaggi, sa più di ognuno di questi singolarmente. Il lettore è un dio-bambino che guarda in maniera compiaciuta i personaggi-formica che lottano tra loro cercando di accaparrarsi i granelli di zucchero più grossi.
Inizio ad essere triste che Larsson sia morto senza concludere il suo piano di scrivere almeno 10 volumi per la serie di Millennium. Una saga con evoluzioni in perfetto stile fantasy, ma ad ambientazione giallo-moderna. Sarebbe stato qualcosa di notevole. Per ora resterò fiducioso che La regina dei castelli di carta potrebbe bastare a questo scopo!
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