martedì 26 luglio 2016

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, secondo classificato nella Special Monsters Edition di Giugno 2016, in una versione leggermente editata e (spero) migliorata.

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Il daimyo Nabeshima Mitsushige era noto per due grandi passioni: i gatti e il gioco del go.
La sua abilità di governante della provincia di Hizen ne era però intaccata: ignorava gli han confinanti e si chiudeva nel suo palazzo di Nabeshima per giorni, studiando gli antichi maestri cinesi e leggendo poesie durante il giorno, cercando nelle stelle il suo futuro durante la notte.
Ignorando gli Editti sulla Compassione verso gli Animali dello shogun Tokugawa, allontanava dalle sue terre cani, tanuki e ogni altra creatura considerata molesta per i suoi preziosi felini. La sola vista di un macilento cane randagio scatenava una nuova battuta di caccia per le vie della città.
Fu con questa fama in mente che Ryuzoji Matashichi si avvicinò alla residenza di Nabeshima, convocato con urgenza. Il daimyo cercava uno sfidante e aveva invitato gli allievi più promettenti dell’han, uno da ogni monastero.
Nella sala in cui fu accompagnato da due anziane domestiche, sedevano a terra altri due monaci dall’aspetto non dissimile da quello di Ryuzoji: le vesti povere, le teste rasate, un rosario al collo. Si sedette accanto a loro senza un cenno.
La stanza era spoglia con al centro un goban tra due semplici cuscini, senza neppure uno schienale o un bracciolo. Le goke erano aperte, in attesa di un giocatore.
Gli unici altri presenti erano quattro grosse gatte, sdraiate al sole sui tatami, come padrone della casa.
Senza clamore Nabeshima Mitsushige entrò nella stanza da una porta scorrevole e si inginocchiò di fronte al goban. Prese la goke contenente le pietre bianche e la avvicinò a sé.
Rispondendo a un implicito ordine, il primo dei tre monaci si avvicinò e si sedette in seiza di fronte al daimyo, a capo chino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La migliore delle sfide, — rispose il primo sfidante. — Ogni mossa taglia più di una katana, ogni pietra svela strategie degne di Changqing.
Nabeshima lo congedò con un cenno del capo. Una gatta rossa lo seguì fuori dalla stanza.
Il secondo si fece avanti prendendone il posto sul cuscino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La più nobile delle arti, — rispose il secondo sfidante. — Ogni mossa è armonia, ogni pietra si dispone a creare un mondo, come le sillabe nei tanka o i fiori nel kadō.
Un secondo cenno del capo e anche il monaco sfidante sparì, seguito da una gatta bianca.
L’ultimo sfidante si avvicinò.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— Lo specchio dell’anima, — rispose Ryuzoji Matashichi. — Se nascondo dell’ira, sarò aggressivo nel mio gioco; se sono un codardo, le mie mosse saranno pavide. Nulla resta nascosto.
— È lo shudan, il parlare con le mani. Dici bene.
— Sì, maestro Nabeshima.
— Vediamo, quindi. Ancora non giocherai con me: una delle mie compagne sarà la tua sfidante, — indicò una delle gatte rimaste, che rispose al suo gesto avvicinandosi.
Il daimyo si alzò prendendo la posizione da osservatore a lato del goban, mentre la gatta nera, con grande stupore di Ryuzoji, si sedeva di fronte a lui, gli occhi appena sopra al piano di gioco.
— Mostrati, — le ordinò Nabeshima Mitsushige.
L’aria si fece rarefatta, mentre l’animale cresceva di dimensioni, il pelo si trasformava in un abito pesante, gli artigli in unghie curate, i lineamenti felini in quelli di una donna pallida e delicata. Solo tracce di bianco nei capelli e gli strani occhi gialli rivelavano la sua natura di yōkai. Sorrideva in modo inappropriato alla presenza del daimyo, ma questi sembrava non curarsene.
— I tuoi compagni sono morti, — disse la fanciulla.
Ryuzoji non reagì, ancora incredulo per l’avvenuto.
Lei continuò: — Con il loro spirito impuro non meritavano di confrontarsi con il maestro Nabeshima e sono stati sacrificati.
Ryuzoji Matashichi domandò al daimyo: — Perché questi bakeneko vivono nella vostra casa? Gli spiriti dovrebbero vivere lontano dagli uomini, è innaturale.
— I bakeneko sono i miei maestri, rappresentano le quattro virtù del go. Incarnano la flessibilità, l’attenzione, la delicatezza e la spietatezza. Divorano i giocatori indegni e nutrendosene alimentano il mio spirito, la mia abilità.
Ryuzoji annuì, perché erano le virtù che lui stesso perseguiva, giorno dopo giorno.
Onegai shimasu, — gli disse la gatta nera.
Yoroshiku onegai shimasu, — rispose Ryuzoji Matashichi, chinando la testa e posando con uno schiocco sonoro la prima pietra.

lunedì 25 luglio 2016

I miei premi - Thomas Bernhard

Supremamente ottuso è per Bernhard il mondo dei premi letterari, di cui traccia un ritratto insieme crudele e divertentissimo, senza risparmiare frecciate a nessuno, neanche a se stesso: «Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso» dice a proposito del premio Franz Theodor Csokor. Al grottesco balletto prendono parte stolidi largitori e beneficati vanesi; ministre che russano durante i panegirici per poi risvegliarsi di botto sbraitando imperiose: «Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?»; conferitori di attestati e di prebende che, scambiando il sesso dei poeti laureandi, parlano con disinvoltura della «signora Bernhard»; politici opportunisti e di abissale ignoranza preoccupati solo di fare passerella; giurie letterarie insipienti ma ben liete di trasferirsi, spesate di tutto, nei migliori alberghi e ristoranti; finanziatori che con un esborso spudoratamente basso si assicurano pubblicità a buon mercato e una fama di generosi mecenati; e grossolani esponenti dell’industria che presentandolo parlano diffusamente dello «straniero nato in Olanda», il quale però «già da qualche tempo vive tra noi», e al quale attribuiscono senza fare una piega un fantomatico romanzo ambientato in un’isola del Sud. «Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo» pensa tuttavia Bernhard, e non nega affatto di averlo speso volentieri, soprattutto se gli ha dato l’occasione per comprarsi finalmente una Triumph Herald.
È strano avvicinarsi a un autore non tramite una sua opera, un romanzo, dei racconti, ma a una piccola raccolta di spaccati autobiografici sui premi letterari da lui ricevuti e accettati. È un modo meta e piacevole per scoprire cosa la critica e i colleghi letterati pensavano di lui quando era in attività, quali scandali (ormai passati e irrilevanti) ha vissuto, cosa l'ha guidato nelle grandi scelte.

Ammetto che questi piccoli siparietti dall'aria in parte comica, in parte triste e sconsolata nei confronti dell'ambiente letterario, che sembra essere sempre immutabile e involuto in sé stesso in ogni epoca e in ogni luoco, mi hanno reso Thomas Bernhard simpatico e attraente, per il suo senso morale e per il suo approccio al mondo.

Per ogni premio che descrive, a parte poche eccezioni, passa da alcuni stadi di "elaborazione del premio" che sono perfettamente comprensibili e condivisibili.

Non voglio il premio, dovrei vedere gente spiacevole.
Mi danno dei soldi, però.
Prendo il premio per i soldi.
Devo scrivere un discorso, non ho idee.
Lo faccio domani.
Il discorso è tra mezz'ora, invento qualcosa.
Il mio discorso delude la folla.
Ho dei soldi, questa volta non li spreco.
Oooh, un'automobile/casa/altro lo compro.
Non ho soldi.

Il tutto ripetuto fino alla decisione drastica, una volta affermato come scrittore e senza più bisogno dei vari premi, di rifiutare qualsiasi riconoscimento da parte di associazioni o simili.

Nel frattempo, Bernhard ci parla della relazione con quella che chiama "zia", e che in altre opere definisce con un suo neologismo Lebensmensch, la persona più importante della sua vita, che lo accompagna e guida lungo il percorso di vita e letterario. Ci parla dei suoi romanzi e del suo rapporto con editor ed editori. Ci parla della sua infanzia e delle ripercussioni che ha avuto sul suo lavoro.

La versione di Ad alta voce di I miei premi non è eccelsa, al contrario di buona parte dei loro adattamenti ad audiolibri. Troppa musica riempitivo e scelta con dei criteri dubbi. Saltare da discorsi filosofici alla musica techno una volta può funzionare, due volte si tollera, di più disturba solo. L'abituale musica classica come inframezzo/riempitivo forse non piace a tutti, ma è sicuramente una scelta più sicura e solida per un programma culturale.

Il signorino - Natsume Soseki

Bocchan: così si chiama in giapponese questo celebre romanzo di Natsume Soseki, che costituisce forse l'opera più letta nel Giappone moderno. Bocchan è il nome affettuoso che si usa in Giappone per rivolgersi a un bambino maschio. [...] Il personaggio, che è all'opera in queste pagine, [...] diventato adulto, resta un "signorino" dall'aria svagata, dalla mancanza di rispetto per l'etichetta, dalla disarmante sincerità. Insegna matematica ad allievi chiassosi e zucconi e in mezzo a insegnanti che non sono altro che un branco di caproni arroganti, disonesti e ipocriti. Dovrebbe rassegnarsi e capire che l'ipocrisia sta diventando norma nel Giappone moderno, ma non cessa un solo istante di difendere con impulsività e commovente ingenuità l'antico senso dell'onore. 
Questo romanzo viene paragonato al Giovane Holden, ma per la società giapponese, forse non a torto.
Per un occidentale è molto difficile da digerire, da riuscire a vivere davvero, per una terribile combinazione di spirito nipponico e di un secolo ricco di cambiamenti, guerre e sconvolgimenti sociali, ancora più drastici che per il resto del mondo.

Il Signorino del racconto è un insegnante di matematica che viene dalla città e si trova a vivere in un ambiente di provincia che disprezza e giudica, giudica sempre e comunque, troppo ingenuo, troppo diretto, troppo falso, troppo rumoroso, troppo rozzo.
Tutti i personaggi che lo circondano e a cui si riferisce senza ritegno usando solo soprannomi, Zuccacerba, Camiciarossa, Porcospino, Buffone, passano attraverso stati altanenanti di stima e disprezzo in base a nuove informazioni e comportamenti a cui il Signorino assiste.
A fare da sottofondo a questa valutazione sprezzante dei paesi di provincia, c'è la relazione tra il signorino e la sua anziana domestica lasciata a Tokyo, che Bernhard (come ho da poco imparato) definirebbe la sua Lebensmensch, la sua persona più importante, che guida le azioni del protagonista verso un tanto atteso ricongiungimento.

Il Signorino è un romanzo con uno spessore e un messaggio, ma la difficoltà a empatizzare col protagonista lo rendono davvero troppo ostico per renderlo apprezzabile a pieno fuori dal Giappone.

mercoledì 20 luglio 2016

1q84 - Haruki Murakami

1984, Tokyo. Aomame è bloccata in un taxi nel traffico. L'autista le suggerisce, come unica soluzione per non mancare all'appuntamento che l'aspetta, di uscire dalla tangenziale utilizzando una scala di emergenza, nascosta e poco frequentata. Ma, sibillino, aggiunge di fare attenzione: "Non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è sempre una sola". Negli stessi giorni Tengo, un giovane aspirante scrittore dotato di buona tecnica ma povero d'ispirazione, riceve uno strano incarico: un editor senza scrupoli gli chiede di riscrivere il romanzo di un'enigmatica diciassettenne così da candidarlo a un premio letterario. Ma "La crisalide d'aria" è un romanzo fantastico tanto ricco di immaginazione quanto sottilmente inquietante: la descrizione della realtà parallela alla nostra e di piccole creature che si nascondono nel corpo umano come parassiti turbano profondamente Tengo. L'incontro con l'autrice non farà che aumentare la sua vertigine: chi è veramente Fukada Eriko? Intanto Aomame (che pure non è certo una ragazza qualsiasi: nella borsetta ha un affilatissimo rompighiaccio con cui deve uccidere un uomo) osserva perplessa il mondo che la circonda: sembra quello di sempre, eppure piccoli, sinistri particolari divergono da quello a cui era abituata. Finché un giorno non vede comparire in cielo una seconda luna e sospetta di essere l'unica persona in grado di attraversare la sottile barriera che divide il 1984 dal 1Q84. Ma capisce anche un'altra cosa: che quella barriera sta per infrangersi.
Quella di 1Q84 è una recensione difficile.

È il libro più Murakami che abbia letto, in ogni senso. Ci sono tutti i grandi temi, le sette oppressive, il mondo parallelo e misterioso, l'amore che spinge insieme due personaggi inizialmente lontani e uniti solo da un filo sottile, la musica che lega tutto.

Però è troppo Murakami, anche se non lo credevo possibile.

Vediamo scolpire nel giro di mille pagine dei personaggi di uno spessore incredibile, Aomame, Tengo, Ushikawa. Sappiamo tutto di loro, come una grande tavola piena di piatti da portata che vengono scoperti uno alla volta, molto lentamente. Però prima di poter mangiare, quando il nostro stomaco brontola furiosamente per l'attesa, Murakami tira via la tovaglia da sotto e rovescia tutto, lasciandoci a contemplare il cibo spiaccicato a terra e domandarci se il sapore fosse davvero buono e incredibile come immaginavamo.

Restano troppi interrogativi in sospeso che il lettore fedele non si merita. Di chi è figlio Tengo? Chi è l'amante della madre? Dov'è finita Fukaeri? Chi diamine sono i Little People, cosa vogliono, perché? Ognuno leggendo svilupperà la sue ossessioni che vorrà veder chiarite per essere deluso in maniera personale.

Murakami non ci spiega nulla. Nulla. Tutte le informazioni utili arrivano in un unico capitolo in cui il leader parla per venti pagine in un unico grosso infodump in cui spiega le meccaniche delle crisalidi d'aria e della setta. Quel capitolo è un modo per orinare copiosamente su tutti i fanatici dello "show, don't tell" per poi ridere sguaiatamente del loro sgomento.

Riassumento: adorerete i personaggi, le divagazioni, le atmosfere; soffrirete vedendoli danzare e avvicinarsi a più riprese. Ma non aspettatevi soddisfazione.

martedì 12 luglio 2016

Chiusi dentro - John Scalzi

Contagiati da un virus globale, milioni di esseri umanicsi trovano paralizzati all’interno del corpo senza poter più muovere un muscolo. Li chiamano in molti modi: Haden, locked-in o “chiusi dentro”, ma la sostanza non cambia. Gli immobilizzati possono interagire con il mondo esterno solo attraverso due espedienti: piccoli robot che si muovono al loro posto oppure esseri umani consenzienti che ne ospitano la personalità, prestando il corpo. Uno degli integratori, come vengono definiti questi volontari, è sospettato di aver commesso un omicidio. La legge gli dà la caccia, ma quando un integratore porta dentro di sé la volontà di un Haden le sue tracce si fanno più labili e le sue motivazioni più confuse… Per questo bisogna capire chi abbia preso la decisione di uccidere.
 Urania 1632, Luglio 2016

Urania non centra sempre il bersaglio, anzi, gli "Urania Brutti" sono una categoria tutta speciale che seguo con grande passione.
A volte però, nella massa, sbuca qualche romanzo che posso solo leggere furiosamente nel giro di mezza giornata, restando alla fine con la bocca lievemente spalancata a pensare quanto sia stato bravo Scalzi, quanto la sua ambientazione sia originale, quanto l'abbia usata in maniera ingegnosa e astuta, quanto i suoi personaggi siano perfetti per esprimere tutte le sfaccettature del mondo che ha creato.

I locked-in, colpiti dalla Haden, malattia che li rinchiude nel proprio corpo paralizzati, vivono in due piani di esistenza per poter essere membri produttivi della società: un mondo virtuale, l'Agorà, una sorta di second life lievemente più metafisica e nel mondo fisico attraverso i threep, dei veri e propri robot azionati da remoto, mentre il corpo paralizzato è al sicuro. I più ricchi possono permettersi di sperimentare il mondo attraverso gli Integratori, degli ospiti umani e non robotici, ma sono rari e costosi da addestrare.

Il protagonista è Shane un agente dell'FBI affetto dalla Haden, ha quindi l'handicap di non possedere un corpo che viene compensato dai sensi migliorati della macchina che indossa, dalla invulnerabilità teorica che fornisce (anche se muore il threep, l'ospite non subisce danni) e dalla possibilità di spostarsi rapidamente usando dei threep per gli ospiti in giro per gli Stati Uniti.

L'omicidio di un Integratore su cui Shane e la sua partner Vann indagano, ha ramificazioni che lo portano a mettere in discussione la moralità di tutte le industrie che ruotano attorno alla gestione e la cura degli Haden, già in crisi per una legge che riduce i finanziamenti statali agli affetti.
Una serie di azioni terroristiche e attentati individuali colpisce le industrie coinvolte, ma aumenta l'incertezza su chi stia usando gli Integratori coinvolti e in che modo riesca a nascondere le sue tracce.

Tutti i fili si riuniscono in maniera perfetta al termine della storia, spiegando ogni dettaglio e punendo i "cattivi" in maniera adeguata al bisogno del lettore di vedere una finta giustizia in azione.

Questo tipo di intreccio poliziesco-fantascientifico mi ricorda molto l'Asimov del Ciclo dei Robot, con una ambientazione coerente e incredibilmente dettagliata, un omicidio che sembra sfidare le regole di questa ambientazione e che viene risolto giocando onestamente e spingendo al limite estremo la logica e la complessità degli eventi.

Aria fresca nella fantascienza.

lunedì 11 luglio 2016

Gatti e supergatti - Giorgio Celli

Un'amica in crisi si rivolge a un ex compagno di giochi, ora affermato etologo, per un consulto: quale animale adottare? Il dilemma parrebbe ben presto risolto a favore di un affettuoso micione, ma in realtà c'è molto da accertare, e più di un pregiudizio da demolire: sarà vero che il gatto è un impenitente opportunista, che ama il padrone solo perché lo nutre? E che è allergico ai traslochi, perché si affeziona alla casa e non a chi con lui la abita? Vestiti i panni consueti di difensore degli animali, il più celebre "gattologo" italiano insegna a comprendere e a comunicare meglio con il micio di casa, svela gli aspetti più curiosi e inaspettati, consiglia come affrontare i piccoli problemi di convivenza, aiuta a valutare l'intelligenza gattesca... E si sofferma su differenze e sintonie tra i gatti e quei supergatti che la maggior parte di noi ha potuto ammirare solo nei documentari. Perché ovunque vivano, in un giardino metropolitano o in un'assolata savana, i felini sono i re del loro ecosistema. Teneri, eleganti, buffi, sornioni, e a volte letali, sono un capolavoro della natura. E anche se non lo consideriamo più una divinità, come molti nostri antenati, il gatto non ha perso certo il suo ascendente su noi umani e in milioni di case ha trovato sapientamente un nuovo trono: il sofà. 
Ho ripreso un mano un po' per caso questo libello di Giorgio Celli, grande penna oltre che grande e compianto etologo.
 Da amante dei gatti mi aveva subito attirato per il titolo e tutte le promesse di intrattenimento e aneddoti a sfondo felino. Non delude e riesce a colpire al cuore chiunque viva o abbia vissuto con un gatto.
Celli ci parla dei suoi gatti, di come li ha incontrati, delle osservazioni di "piccola etologia domestica" sui loro comportamenti, integrando queste note con storie da un passato letterario e naturalistico che ha ben presente in ogni sua interazione col mondo felino, in positivo o in negativo.
La breve deviazione sui grandi felini non è altrettanto interessante, è troppo lontana dall'esperienza del lettore medio, ma è utile per portare una serie di osservazioni sulla conservazione della biodiversità e come conciliare la convivenza con la fauna selvatica al rispetto della vita umana in ogni sua forma, grazie all'applicazione intelligente di tecniche etologiche anziché passare subito alla forza bruta.

La forma di dialogo con un'amica "nuova alla felinità" che desidera adottare un gatto crea un simpatico effetto Simplicio-Sagredo-Salvati in cui Celli racconta, difende e perora la causa dei gatti come perfetti animali domestici, senza tirarsi indietro di fronte a nessuna critica.

Riassumendo: siete gattari nell'anima? Gatti e supergatti vi darà di che discutere e raccontare ai vostri compagni in innumerevoli occasioni.

domenica 3 luglio 2016

Notte eterna - Guillermo del Toro, Chuck Hogan - rilettura

Urania Horror 5, Marzo 2014
Sono trascorsi due anni da quando il virus diffuso dai vampiri ha invaso il mondo, che è ormai sull'orlo della distruzione. Il Padrone, il potentissimo capo degli strigoi, dopo aver annientato qualunque forma di resistenza da parte degli umani, ha rinchiuso in vasti campi di prigionia i sopravvissuti. A guidare i ribelli è una banda improvvisata di combattenti: Ephraim Goodweather, capo dell'Ente controllo e prevenzione malattie infettive, la dottoressa Nora Martinez, il disinfestatore russo Vasiliy Fet e il misterioso signor Quinlan. Le creature del male sembrano avere vinto su tutti i fronti, ma anche il Padrone ha un punto debole e solo un uomo è in grado di approfittarne. Ci si potrà fidare di lui?

Epica conclusione della trilogia "Nocturna", Notte eterna è una storia di pura adrenalina, tra scenari cupi e spiazzanti, in cui pochi eroi di tragica grandezza tengono alta la fiamma della speranza per aggiudicarsi l'ultima, imprevedibile mano di una partita decisiva.
 Avevo giò recensito Notte Eterna, avendolo letto come libro singolo e senza conoscere la trilogia nel suo complesso.
Ne avevo apprezzato la sua struttura di romanzo a sé stante, complice un salto temporale dai primi due romanzi. Questi si concentravano sullo scoppiare dell'epidemia e su come viene gestita dalla società umana, Notte Eterna invece è ambientato due anni dopo, in una atmosfera post atomica di buio, con una struttura sociale completamente ristrutturata attorno ai vampiri, con gli umani allevati nelle fabbriche del sangue.
Confermata questa impressione positiva, ho apprezzato di più i personaggi e la loro evoluzione, che si percepisce in maniera molto intensa. Eph che precipita nell'alcolismo e nell'abuso da antidolorifici dopo aver perso Zack, Zack stesso che viene allevato dal Padrone e plasmato per prepararlo al suo ruolo, la relazione tra Nora e Fet, inattesa.
Soffre invece il confronto con i ritmi e la complessità precedenti. Nella più classica struttura da trilogia, l'ultimo terzo è dedicato alla "grande battaglia", tutto deve concretizzarsi in uno scontro, deve esserci chiusura, il lettore sa benissimo qual è il punto di arrivo, quindi è impossibile avere troppi colpi di scena. Si può solo far aumentare la tensione, mettere il maggior numero di variabili in gioco e puntare sull'azione. La sofisticatezza si perde in favore dei muscoli.

Spero che la trilogia Nocturna abbia un revival, magari con la complicità della serie tv The Strain che ne è stata tratta, e diventi più popolare. La sua reinterpretazione del mito di creazione dei vampiri è uno dei più belli ed eleganti che abbia mai letto e merita il suo posto tra i classici del genere.