mercoledì 28 dicembre 2016

Conversazione in Sicilia - Elio Vittorini

Un romanzo spiazzante, stilisticamente, come contenuti, come logica.
Inizia come una storia di viaggio e di osservazione, realistica. Letteralmente un viaggio in treno con interazioni dettagliate con gli altri viaggiatori. Silvestro torna nella natia Sicilia senza un piano preciso e con pochi soldi in tasca e decide di andare in visita dalla madre che non vede da quindici anni, rimasta sola dopo che il padre se n'è andato.

Dal racconto di viaggio passa a una descrizione accurata e metodica della povertà locale, presente e passata, grazie ai ricordi di giovinezza e agli aneddoti sulla vita del padre e del nonno, quasi confusi in un'unica entità mitica del passato.

Lo spiazzamento inizia con l'apparizione del fratello morto, forse allucinazione etilica, forse reale, che fa scendere a spirale la narrazione fino alla baraonda finale in cui tutti i personaggi del romanzo, presenti o meno, fanno sentire la loro voce e parlano, commentano, ridono.

Sono andato a cercarmi i commenti autorevoli su questo romanzo, e ci ho trovato di tutto. Dal semplice racconto onirico fino alla complessa metafora antifascista per aggirare la censura. Io ci ho visto principalmente il desiderio di raccontare una Sicilia dai toni epici, colti e profondi, nonostante la situazione economica precaria. Il desiderio di mostrare come ogni suo abitante vivesse con dignità e calore la sua povertà, senza lottare ma neppure arrendersi.

La versione in audiolibro di Ad Alta Voce, per quanto ben narrata, si adatta male alla storia, già difficile da seguire così com'è, senza poter sfogliare avanti e indietro le pagine per ritrovare personaggi, espressioni ripetute e martellanti.

Gioie e sapori - Sergio Oricci

Gioie e Sapori è un racconto lungo con grandi potenzialità, ma che si schianta molto rapidamente perdendo ogni fascino, forse anche per colpa della quarta di copertina che promette molto più splatter e orrore di quanto possa offrire davvero.

L'idea di partenza è classica e molto apprezzabile. Nel piccolo paese di Boccamare di Sotto apre una nuova pasticceria, con un cuoco inquietante che soddisfa i bisogni di ogni suo cliente, specialmente i bambini. Adesca gli abitanti uno a uno, li attira coinvolgendoli in un progetto globale in cui lui, carnefice, userò ognuno di essi e i suoi sentimenti e memorie in una ricetta epica.
Purtroppo lo sviluppo è troppo rapido, non c'è tempo di vivere l'avvicinamento del pasticcere al cuore del paese, non c'è modo di vederne i tentacoli allargarsi poco alla volta. I tempi del racconto sono troppo stretti per essere credibili.

I bambini poi, voce principale nella storia, non si comportano né parlano da bambini. Hanno otto anni ma scrivono lettere complesse ed elaborate sui loro sentimenti. Quando sono in pericolo non reagiscono da bambini. Se un loro compagno è ferito, non piangono in un angolo, gli danno degli antibiotici. Sono una parodia malriuscita degli adulti che potrebbero essere.
Se fossero bambini che agiscono da bambini, l'orrore sarebbe ancora più grande. Così rendono la narrazione così irreale da rendere persino lo splatter delle scene finali insulso.

Peccato, ci sono tante belle idee, ma servirebbe una riscrittura completa per renderle godibili e leggibili da un pubblico avvezzo al genere.

martedì 27 dicembre 2016

Una stanza chiusa a chiave - Yukio Mishima

Un racconto strano, inquietante.
Kazuo è un burattino in una Tokyo postbellica confusa e caotica, dove le vite di tutti sono instradate su binari precisi e fissati dal proprio status, dalla propria famiglia, dal governo.
Non trova se stesso nelle persone che frequenta, nel lavoro. L'unico barlume di sé lo ritrova con una donna sposata con cui ha una relazione, nella stanza chiusa a chiave del titolo. Lei chiude a chiave la stanza e la trappola simbolica in cui lo chiude diventa la sua unica liberazione. Finché lei non muore, lasciandolo a gestire una strana relazione con la figlia di nove anni verso cui sviluppa un attaccamento e un'attrazione morbosa. La figlia vuole prendere il posto della madre, attivamente, vuole essere lei a chiudere a chiave quella porta.
Questa attrazione viene sublimata in una serie di sogni, o incubi, in cui nascono in città dei Bar dei Giuramenti dove i sadici possono esplorare le proprie perversioni peggiori, descritte in un dettaglio disturbante.

Questo racconto è di una brutalita e schiettezza sconcertante. Sono sicuro di aver perso almeno un paio di livelli di lettura, sicuramente quello di critica sociale alla società giapponese (il tema di inflazione e deflazione che tornano ossessivamente ogni paio di pagine), la "decomposizione" delle persone già da vive, ma il poco che mi è arrivato è sufficiente a farmi invidiare Mishima e il suo stile.

domenica 25 dicembre 2016

Necroniricon - Andrea Berneschi

“Necroniricon” è una raccolta di racconti inquadrabile nel genere horror, ma ricchissima di sfaccettature. Si va dal thrilling allo splatter umoristico, dal fantastico puro al fantahorror, dal dark fantasy al post-apocalittico, fino a raggiungere i territori cari all’horror concettuale. I racconti sono ambientati nel passato (specie nel Medioevo), nel presente (specie in Italia) e in un futuro che vi augurerete di non conoscere mai (specie quello di “Zona arida” e “Social Killer”).
Sul sito della casa editrice.

Finalmente posso attaccare gli acquisti fatti a Stranimondi, con il giusto ritardo.
Ho iniziato da questa raccolta di racconti, perché ormai sono assuefatto al formato e curiosando l'indice c'erano tanti titoli che mi attiravano e tanta microfiction.
I generi sono estremamente vari, non c'è una linea conduttrice nella raccolta. Niente macrotesto quindi ma ha il vantaggio di poter essere letto in ordine casuale seguendo l'ispirazione e il tempo a disposizione.
Ho adorato i racconti a tema zombie, con varie reinterpretazioni della classica apocalisse, tutte viste dal punto di vista dello zombie-vittima, in una società distopica senza umani, schiavo in fabbrica, tutte idee fresche.
I racconti storici non sono all'altezza e mancano di spessore, si sente che non sono completamente documentati.

Mi ha stupito moltissimo l'editing curato, quasi incriticabile oserei dire. Normalmente nelle piccole case editrici ho visto la tendenza a saltare la fase di editing come superflua e la qualità ne risente fortemente. I Sognatori sembrano aver trovato un compromesso a questa necessità di tagliare sui costi di produzione, coinvolgendo i loro autori in un sistema di editing alla pari. Il risultato è eccellente e (da lettore) non posso che esserne felice.

sabato 17 dicembre 2016

La lettrice scomparsa - Fabio Stassi

Sul catalogo Sellerio.

Ah, le premesse di questo romanzo sono fantastiche.
Come ripiego, Vince, letterato per vocazione, decide di aprire un piccolo studio di biblioterapia. Ascolta i problemi delle persone che hanno bisogno di supporto e aiuto e consiglia loro cosa leggere per superare questi problemi.
Il cuore del libro è la biblioterapia, ogni capitolo con una cliente particolare il cui problema viene analizzato e (forse) curato in maniera letteraria, è in sé una piccola gemma che meriterebbe di essere estrapolata e letta individualmente.

C'è anche il giallo, ovviamente, la lettrice scomparsa del titolo. La vicina di sotto di Vince non si trova e forse è morta. L'unica cosa che resta è una lista dei libri che aveva in prestito e che finisce in mano al nostro protagonista.
Il giallo è pieno di simbolismi e cultura, ma non si regge, purtroppo. La linea di indagine è incredibilmente labile e guidata da intuizioni, casualità e una certa dose di confusione romana. Chiarisco, è splendido da leggere, ma come un racconto surreale in cui scopriamo nuovi dettagli, il portiere e il suo coinvolgimento con la santeria, il passato della vicina scomparsa, ma sempre in maniera non logica, non rigorosa, non "da giallo".
Spesso gli eventi sembrano un contenitore per le riflessioni dell'autore. Le riflessioni guidano gli eventi e non il viceversa. È scorretto? Forse, ma è bello da leggere.

mercoledì 14 dicembre 2016

La figlia di Medusa - Priscilla Galloway

La protagonista, Dusa, è un'adolescente americana che viene rapita da due sorelle greche e portata in un'isola dell'Egeo, custodita da un giovane bellissimo di nome Perse. Là Dusa vivrà un'incredibile avventura, scoprendo di essere una "figlia" dell'antica, mitica Medusa, che le sue sorelle Gorgoni vogliono riportare in vita, riunendo la testa dai capelli serpentini al corpo dal quale è stata spiccata.
Nel mondo sono sparse le Sognatrici di Serpenti. Sognano serpenti, li ascoltano, ne sono spaventate al punto di ammalarsi. Da sempre compaiono, ignorate o dimenticate dalla scienza ufficiale.
Dusa è una di loro, vive con sua madre ed è entusiasta di trovare due studiose, Teno e Yali, che riconoscono la sua malattia come reale e promettono una cura. Una cura lenta, difficile, che comporta un lungo isolamento in una clinica in Grecia, ma pur sempre una cura.
Dusa si trova a vivere in una Grecia ancora popolata da miti antichi, nascosti appena sotto la superficie.
Come abbiamo (facilmente) intuito, le sognatrici di serpenti sono mandate da Medusa stessa, sono i suoi serpenti che parlano nei sogni, mandando messaggi nel tentativo di farsi riportare in vita ricongiungendo la sua testa perduta al corpo sepolto sull'isola delle sorelle.
Dusa aiuta con il ricongiungimento, essendo molto più potente di tutte le ragazze venute prima di lei, e inizia a comunicare sempre più direttamente con Medusa, che la mette in guardia dai pericoli delle due sorelle che vogliono ancora una volta approfittare del potere per scopi personali.

La reinterpretazione del mito, con Medusa creatura pacifica che viene tormentata per abusare del suo potere di pietrificare (da Perseo, da Atena, dalle sorelle), è ben studiata e regge tutta la storia. Purtroppo i personaggi sono molto piatti, soprattutto quelli negativi, e spesso si comportano in maniera illogica e incoerente per far proseguire la trama.

Poteva essere un ottimo romanzo, con più pianificazione. Si ferma a mediocre.

lunedì 12 dicembre 2016

Animorphs #23, The pretender - K. A. Applegate


Animorphs #23, Il Tranello

Questo capitolo della saga si ricollega moralmente alle cronache degli Hork-Bajir. Prima abbiamo incontrato un Hork-Bajir figlio di un Andalite trasformato, ora Tobias scopre di essere figlio di quello stesso Elfangor che ha donato i poteri di animorph a lui e ai suoi amici, come se ci fosse un piano più ampio in azione.
Nel Tranello non c'è molta azione, un piccolo Hork-Bajir perso da recuperare, usato dagli Yeerk come esca e il testamento di Elfangor, ultima sua traccia della vita da umano non cancellata dalla linea temporale, che porta Visser Three a sospettare di Tobias. Ci si concentra più sugli aspetti morali della questione, con una riflessione su cosa significhi essere umano, quanto sia un fatto fisico, genetico, mentale. Tobias combatte contro la sua natura di predatore con cui dove convivere essendo bloccato nel corpo di un falco e impara ad accettarla, impara a uccidere, sapendo che è l'unico modo per poter continuare a lottare. Solo conoscere la sua ascendenza gli permette di superare questo blocco.

(Probabilmente, per quanto piacevole, è uno dei libri fin'ora più omettibili della serie, inserendo la rivelazione importante come sottotrama di un libro più importante.)

venerdì 9 dicembre 2016

Morbose fantasie - Jun'ichiro Tanizaki

L'eccentrico Sonomura spia una notte la misteriosa Eiko, femme fatale che soddisfa le proprie fantasie sessuali uccidendo gli uomini e fotografandone i volti senza vita. Da questa «visione» si dipana un magistrale racconto di suspence, che se da un lato dichiara i propri debiti nei confronti di un maestro del genere come Poe, dall'altro ci conduce nelle atmosfere e nelle tematiche che hanno reso celebre l'arte narrativa di Tanizaki: la minuziosa indagine psicologica degli impulsi erotici e la totale sottomissione dell'uomo all'irresistibilità del fascino femminile. In questo caso Sonomura, spinto dalla propria pulsione masochistica, deciderà di abbandonarsi completamente al fascino perverso di Eiko, fino al punto di desiderare di farsi uccidere da lei. Ma prima dell'inatteso finale il raffinato gioco di specchi attuato da Tanizaki riserverà ancora molte sorprese' 
Morbose Fantasie è un racconto alla Edgar Allan Poe, c'è un omicidio, c'è moltissima tensione, c'è un lavoro accuratissimo sui personaggi.
Un amico con problemi di stabilità mentale chiede al protagonista di accompagnarlo in una missione: un omicidio sta per avvenire e ha un biglietto in codice che rivela dove, vuole assistere all'evento perché si tratta di un'occasione rara. Riescono a trovare la casa a cui punta il messaggio e osservano una donna bellissima uccidere il suo amante e scioglierlo in una vasca di acido.
L'amico si infatua della donna, una moderna medusa che incanta e pietrifica gli uomini, la rintraccia e inizia a frequentarla assumento il ruolo (e i rischi) della precedente vittima, finendo per diventarne completamente schiavo, pronto a vivere e morire per lei senza alcuna paura o esitazione.

Si tratta di un racconto giovanile di Tanizaki, è imperfetto a volte, ma riesce comunque a trascinare con sé in una spirale di fantasie (morbose? no, secondo me) appena accennate e avvolte ordinatamente in uno strato di cultura e formalismo tipicamente giapponesi. La cura del dettaglio, lo studio di costumi, pettinature, usi tradizionali, è ancor più esasperato che nello stile giapponese "medio", c'è uno studio incredibile e ammirabile dietro a ogni frase e particolare della scena.

giovedì 8 dicembre 2016

Che cosa ci fa un morto nell'ascensore - Kim Yung-ha

I racconti sono ambientati a Seul, la città dell'ipertecnologia, una città di luci, grandi complessi residenziali e centri commerciali. I personaggi si muovono nella società urbana contemporanea, immersi in un convulso fluire di eventi, in situazioni paradossali e bizzarre, vivendo storie inquietanti con finali a sorpresa. Un filo comune unisce le cinque storie. Tutte raccontano la vita di persone in qualche modo “incastrate” in determinate situazioni, tutte lasciano avvolti nel dubbio. È semplice riconoscersi in personaggi e situazioni così sfacciatamente reali e trovare nel dubbio un quesito esistenziale.

Ci sono autori che sanno rappresentare il loro paese in modo speciale e quando si incontrano si sente a pelle, qualunque sia il tema del racconto, dovunque vadano i personaggi, qualsiasi sia la loro missione o il loro conflitto.
Kim Yung-ha è un autore di questo genere, che ci mette la Corea in ogni parola che scrive. I suoi personaggi sono incredibilmente isolati, fanno stare male per l'alienazione che trasmettono, chiusi in stanze oscurate per staccarsi dal mondo e aggrappati a delicati rapporti lavorativi, sprofondati in ritmi che per un occidentale lento come me sembrano intollerabili.
Anche un rapporto intimo è straniante e isola, nel mondo di cemento e vetro di Kim Yung-ha.
I racconti non sono recenti, ma si intravede perfettamente la svolta tecnologica in arrivo, con smartphone, social network e "connettività isolante" che preme ai bordi del campo visivo.

I generi sono molto sparsi e lo stile dell'autore cambia profondamente mentre si destreggia nel giallo, nel racconto erotico, nel racconto epistolare (quasi), ma i temi che li legano sono così forti da poterlo permettere.

sabato 3 dicembre 2016

Il venti di luglio - Alexander Lernet-Holenia

Il 20 luglio del 1944 fu il giorno del fallito attentato a Hitler. E nel clima torbido di quell’«ora fatale dell’umanità» si dipana uno dei più audaci intrecci di Lernet-Holenia. La scena è Vienna, degradata a periferia del Reich, dove una signora dell’alta società nasconde all’insaputa di tutti un’amica ebrea facendola ricoverare in ospedale sotto il proprio nome. Ma l’improvvisa morte di quest’ultima la getterà in una paradossale condizione di non esistenza: ufficialmente defunta, sarà dunque costretta a una fuga precipitosa, in un vortice di congiurati allo sbando, ambigui ufficiali dei servizi di sicurezza e feroci quanto maldestri agenti della Gestapo.
Ancora Vienna – quella del primo e secondo dopoguerra – fa da sfondo agli altri due pannelli di questo superbo trittico. Un mondo di reduci e déraciné: come l’invalido di guerra che, in un rapporto perverso con il suo cane-guida, diventa una sorta di crudele «dio cieco»; o come l’ex ufficiale imperialregio, nobile decaduto, che ritrova in circostanze drammatiche la bella giumenta che in passato era stata sua.
Maresi
L'uccisione di un cavallo in strada e l'arresto dell'aggressore, portano a un'interrogatorio in tribunale, in cui ci viene narrata la tragica storia di un nobile decaduto, del suo rapporto con la sua tenuta e i suoi cavalli, strettamente legati al suo amore per la vicina di casa, conosciuta durante la rocambolesca nascita di una giumenta.
Le sue sorti alterne, ma dirette verso la rovina, lo allontanano sempre di più dall'amata, fino a costringerlo persino alla vendita della cavalla, unico legame con la vita agiata del passato. Perse le tracce dell'animale durante la guerra, prova a ritrovarla facendo ricerche e indagando, senza alcun risultato. Deciso a suicidarsi, la rivede per caso legata a un carro, maltrattata dal suo conducente, e l'uomo ritrova la forza di vivere per provare a ricomprarla, a difenderla e in ultimo a ucciderla per risparmiarle tanta sofferenza.
Maresi è uno dei racconti più impeccabili come tempi e come ritmi che mi sia mai capitato di leggere. Il venti di luglio sembra essere il capolavoro dell'autore, ma non ha assolutamente nulla da invidiare. La struttura è classicissima, si parte dalla fine della vicenda provando disprezzo per il protagonista che uccide immotivatamente un animale, lo si disprezza ancora di più durante il racconto quando spiega il suo rapporto profondo con quel cavallo, e si finisce per empatizzare e capire il suo dolore e come quella scelta fosse l'unica possibile, così come capisce il giudice (il "companion" che fa le domande che vorrebbe fare il lettore) che senza indugio lo assolve.

Il venti di luglio
Un classico racconto del "what if". E se una donna rispettabile durante il regime nazista avesse prestato la sua identità a un'amica ebrea per permetterle di ricoverarsi in ospedale? E se fosse morta mentre era in ospedale lasciandola senza identità, costretta a seguire il piano dell'amica di fuga dalla Germania, pur non essendo ebrea?
Il tutto intessuto con il tentativo di attentato e colpo di stato contro Hitler in cui il marito della protagonista è coinvolto e da cui deve dissociarsi dopo il fallimento del piano.
Mi ricorda un po' i temi del più moderno Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson dove una ragazza rom assume, per scelta questa volta, l'identità di una ragazza ebrea prima di entrare in un campo di concentramento, per evitare le discriminazioni verso i rom. Anche lo sviluppo dei personaggi è simile e approfondiscono (su lunghezze diverse) gli stessi comportamenti umani, seppure in fasi diverse della vita delle protagoniste rispetto allo scambio.

Il dio cieco
Un cane guida affidato a un padrone cattivo può perdere ogni traccia del suo addestramento, diventare instabile e impossibile da riaddestrare? Sì, e questo racconto ci parla del tentativo di fargli superare questo trauma e di riavvicinarlo agli essere umani, a ridargli fiducia.
Dei tre racconti è sicuramente il più fiacco, ma nell'essere fiacco è comunque uscito dalla penna di uno dei miei nuovi scrittori di racconti preferiti, per cui si legge d'un fiato e si soffre fino all'ultima riga.

martedì 29 novembre 2016

Animorphs Companion Book, The Hork-Bajir Chronicles - K. A. Applegate

Animorphs Companion Book, The Hork-Bajir Chronicles

Uno dei capitoli migliori della saga fin'ora, vivace, innovativo, con idee degne della "grande" fantascienza nella costruzione del mondo degli Hork-Bajir e del suo equilibrio tra razze (creatrice e serva involontaria) ed ecosistema particolare, grandi valli lungo l'equatore che scendono fino al cuore del pianeta.

Le Cronache raccontano da tre punti di vista la caduta del pianeta degli Hork-Bajir. L'arrivo degli Andalite come approccio di routine prima visto da Aldrea, figlia del principe Seerow caduto in disgrazia dopo aver liberato gli Yeerk nella galassia, poi visto da un Hork-Bajir, un veggente dotato di intelligenza superiore a quella della sua semplice razza, e in ultimo dal punto di vista di un Yeerk dalle grandi ambizioni, che brama un corpo Andalite per fare carriera tra i ranghi militari. Si rivelerà (ovviamente) essere il futuro Visser Three, di cui conosciamo la genesi e la nascita come leader militare.

Non compaiono personaggi umani nel racconto, a parte molto rapidamente un Tobias in forma di falco al principio, ma non ne soffriamo. Tutti i narratori, buoni o cattivi, mostrano un lato incredibilmente umano che ci permette di empatizzare. Per la prima volta vediamo Visser Three non come un nemico puro ma come una creatura spaventata, con delle ambizioni e che teme più di ogni cosa il ritorno nella vasca, cieco e intrappolato.

Trovo simbolica, e forse non involontaria, l'origine comune tra l'Hork-Bajir liberato sulla terra, il cui nonno è un Andalite intrappolato in una forma diversa, e Tobias, il cui padre sappiamo essere Elfangor in forma umana.

Tra i vari capitoli della saga, per ora è quello più estraneo alle trame in corso. Ci apre molte porte sul passato ma senza essere mai fondamentale, al punto da essere un ottimo punto di inizio alla lettura, senza grosse anticipazioni ma capace di calare al cuore del conflitto.

domenica 20 novembre 2016

Blackgate - Michael Tangherlini

Miles Ferguson non è un essere umano. E' una Pelliccia, un animale il cui corpo e la cui mente sono stati modificati dalle potenze celesti per dare ai Figli d'Adamo la possibilità di ripensare al modo in cui si sono da sempre relazionati gli uni con gli altri. Ciò nonostante, deve pur guadagnarsi da vivere, e, per uno come lui, dopo una Guerra Mondiale i lavori onesti possibili sono pochi. La sua scelta cade su quello di investigatore privato: un lavoro onesto ma duro, con più frustrazioni che soddisfazioni.
Dopo un periodo di magra, finalmente qualcuno bussa alla porta del suo ufficio. Un nuovo caso si affaccia, una nuova possibilità che si rivelerà ben più bizzarra, inquietante e complicata di quanto non si aspetti.
Blackgate su amazon.

L'ambientazione è fantastica. Una storia alternativa in cui degli esseri che si proclamano Arcangeli sono scesi sulla terra e hanno dato coscienza a un gran numero di animali di ogni specie. Ovviamente il razzismo colpisce anche loro, che diventano la nuova casta bassa della società, chiusi in ghetti, usati in ogni modo possibile, anche come soldati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Se vogliamo trovare un significato o un messaggio profondo, non serve cercare lontano. Muovendoci in maniera verticale in questa strana società società, tra bianchi, neri e pellicce, è facile trovare la critica in chiave hard boiled alla società classista americana.

Il protagonista è un cane di quelli risvegliati dagli arcangeli che, reduce di guerra, lavora come detective e si trova invischiato in un caso di omicidio. L'omicidio di un nero, che in quanto a importanza sociale sta appena sopra a quello delle pellicce.

Le atmosfere da noir sono ottime, ci sono locali fumosi, cantanti seducenti, poliziotti vecchio stile e ricchi corrotti. Tutto incredibilmente armonioso, come stile e come sensazioni.

Ammetto di aver rischiato l'abbandono di questo romanzo almeno un paio di volte, la prima perché gli stacchi nella metanarrativa di quel che legge il protagonista spezzano molto, soprattutto quando inseriti dove c'è già poca tensione; la seconda quando mi sono reso conto che i draghi - citati di sfuggita come "armi" usate dai nazisti - avrebbero avuto un ruolo e una mitologia ben sviluppate, ma sono stati introdotti così tardi e in maniera così fumosa da rischiare di far crollare il puzzle del caso da risolvere.

mercoledì 9 novembre 2016

I prigionieri del caduceo - Ward Moore

Se il SSN (Servizio sanitario nazionale) non funziona, ci rivolgiamo alla ASL (Azienda sanitaria locale) per chiederne ragione, e, in caso di controversie, facciamo intervenire il TAR (Tribunale amministrativo regionale) affinché siano rispettati i nostri diritti di pazienti. Ma nel futuro immaginato in questo romanzo i pazienti non hanno alcun diritto, perché la classe medica ha preso il potere e i cittadini si sono trasformati nei prigionieri del Caduceo. Per fortuna la rivolta fermenta sotto le lenzuola e tre ribelli, tre Anormali, prenderanno nelle mani le sorti dell'umanità per vendicarla... Un libro ricco d'azione e paradossi, l'ultimo inedito di Ward Moore sul mercato italiano, insieme al quale "Urania" ripropone due romanzi brevi ormai classici: Lot e La figlia di Lot.
Urania 1618, Maggio 2015

Un romanzo dalle premesse fantastiche ma che delude senza possibilità di recupero.
L'ambientazione, il "what if" della storia è stupenda. Una società governata dai medici, dove tutto ruota attorno alla sanità, al controllo ossessivo della salute della popolazione, dove ognuno deve portare sempre con sé la propria cartella clinica, pronto a sottoporsi a controlli, pronto a essere "tanatizzato" in caso non fosse curabile.

Purtroppo la storia montata sopra a questa ambientazione è lenta, incerta, senza una direzione precisa. Una famiglia che fugge dalla Mediarchia per rifugiarsi nel Regno Unito, ultimo baluardo di libertà. Succedono inconvenienti, incontrano persone, si nascondono in posti. Tutto molto poco entusiasmante.
Si aprono alcune storie laterali promettenti, la presentazione di una religione basata sulla medicina, tollerata dal governo, che alimenta una frangia ancora più integralista di pazienti, ma anche queste vengono abbandonate molto rapidamente in favore di una semplice storia di viaggio/fuga alquanto piatta.

I prigionieri del caduceo sarebbe un fantastico racconto lungo, ma è un terribile romanzo. Davvero difficile da digerire per intero.

sabato 29 ottobre 2016

Prima guerra mondiale - Ken Pelham

Era Glaciale, Europa, 40.000 anni fa. Due specie di umani, Homo sapiens e Homo neanderthalensis, combattono una disperata battaglia per il loro futuro. Bran, una sonda aliena inviata da una lontana intelligenza a infiltrarsi nella società umana, viene coinvolto nello scontro e si trova al fianco di Etaa la Brutta, una donna rifiutata da entrambe le fazioni. Una toccante storia di odio e amore, "Prima Guerra Mondiale" riflette su cosa ci rende davvero umani e sul fato di due società radicalmente diverse in scontro tra loro.
 Prima guerra mondiale è un racconto lungo che mi è capitato di tradurre. È inserito in un progetto narrativo più ampio e molto interessante, la Saga di Prometeo, portato avanti da un collettivo di autori (l'Alvarium Experiment) che scrive in un universo condiviso. Ognuno racconta storie in epoche e ambientazioni diverse, legate dalla "sonda", questa creatura aliena ha aspetto umano, non può morire e cambia di aspetto regolarmente per restare nascosta. È stata mandata sulla terra in un tempo remoto per osservare la razza umana e il suo progresso. Ogni racconto o romanzo ci parla di una delle interazioni significative in cui questa sonda ha interagito e guidato la storia della nostra razza.

Questo racconto apre idealmente la Saga di Prometeo, raccontandoci la prima interazione della sonda con gli umani, in un'epoca in cui ancora coesistevano Sapiens e Neanderthal, impegnati in uno scontro per la supremazia.

Affronta temi di scontro sociale e di integrazione tra razze, presentandoci un personaggio ibrido, figlia delle due culture, rifiutata da entrambe ma portatrice dei due punti di vista. Una scelta vista diverse volte nelle moderne rielaborazioni paleolitiche e stonepunk, ma affrontato con un taglio diverso grazie all'elemento fantascientifico, l'inspiegabile capacità della Sonda di non poter morire, destinato a impressionare tanto l'uomo primitivo quanto l'uomo moderno.

Trovate Prima guerra mondiale su Amazon, e forse un giorno, in italiano, anche il resto della saga, in continua crescita!

martedì 25 ottobre 2016

Oltre la soglia - Tito Faraci

Anno sconosciuto, città sconosciuta. Un terribile virus ha colpito gli uomini: tutti gli adulti diventano velocemente “adulterati”, esseri violenti, spinti dalle emozioni più animalesche. Ad aggirarsi per la città ormai abbandonata e distrutta, restano solo gruppi di ragazzi in cerca di cibo, acqua e un posto sicuro dove vivere. Uno dei gruppi è guidato da Jaco, che ha visto il padre trasformarsi e uccidere la madre e la sorella.
Jaco e Anna, la ragazza di cui è innamorato, dovranno trovare un modo per sopravvivere in un mondo ormai terribilmente mutato. E intanto imparare a combattere il terrore più grande: svegliarsi e rendersi conto di essere diventati adulti ormai completamente fuori controllo...
Un Tito Faraci anomalo nella veste di scrittore anziché di sceneggiatore, che mi convince solo in parte. Abbastanza da convincermi a leggere altro, non abbastanza da avere qualche critica.

Intanto l'ambientazione zombie-anomala è apprezzabilissima. Ci si zombifica diventando adulti, crescendo, maturando. Gli zombificati diventano violenti in maniera progressivamente più irrazionale.
Questo crea una società di sopravvissuti diversa e dalle dinamiche inesplorate, con solo adolescenti che si trovano a doversi difendere a vicenda e interagire tra loro facendo scendere a patti la propria immaturità e impulsi giovanili con i bisogni primari.
Essendo passato poco tempo dall'Evento, la società non è ancora regredita a una maturazione rapida dei sopravvissuti, figli a 14 anni, spera di farcela, tutto in funzione della sopravvivenza, ma persistono le vecchie abitudini, vizi e bisogni.

Il (grande?) difetto dei Oltre la soglia, è la preponderanza di scene d'azione, che stonano e un po' rovinano la bella idea di fondo. Rallentano una storia godibile che poteva essere perfetta per un racconto lungo, ma nel formato romanzo sembra di leggere un mare di dettagli di combattimenti e spostamenti che aggiungono davvero poco alla caratterizzazione dei personaggi, al loro evolversi, alle loro relazioni.

Il gruppo di protagonisti viene creato con il giusto spessore mostrandoci pochi specifici eventi del loro passato che istantaneamente li portano in vita lasciandoci aggiungere tutti i dettagli meno significativi. Questo lavoro di caratterizzazione rapida di tanti, davvero tanti, personaggi, è quel che m ha sorpreso di più, in positivo.

sabato 24 settembre 2016

Lo scontro dell'aura nera - Jennifer L. Barnes

Mi sono approcciato a questo romanzo per ragazzi (ragazze?) con un certo pregiudizio. Scritto da un'autrice diciannovenne, mi fa un po' storcere il naso per il timore di cliché triti mai incontrati prima di mettersi a scrivere.

Mi ha sorpreso positivamente per una certa freschezza di linguaggio e di temi. C'è il romance soprannaturale ma non è dominante. La sensazione che si ha leggendo è quella delle lunghe saghe per ragazzi, molto più brevi come mole, che svelano un mondo ampio un volume alla volta, creando dipendenza. Penso sia un effetto casuale, ma che unito a un'ambientazione relativamente innovativa, lasciano un'ottima sensazione dopo la lettura.

Lissy, sua sorella, sua madre e sua nonna si trasferiscono in un paesino dell'Oklahoma, fuggendo dalla California dove la madre non riesce più a vivere per non essere riuscita a salvare un ragazzo rapito. Tutte le donne della famiglia hanno dei poteri, eredità di un'antenata vaga. Lissy vede l'aura delle persone, e nel corso della storia impara a vedere molto di più, le connessioni, amicizie, amori, impara a modellarle e manipolarle.

Nel romanzo abbiamo una peculiare descrizione e visione del mondo, mediata quasi interamente da queste aure colorate, in continuo movimento, con forme, vibrazioni, movimenti, tutti indicativi di stati d'animo e umori. Queste informazioni alternative rendono unico questo libro.

Ovviamente ci sono i cattivi. Il colore dei cattivi è un non-colore, il garn, e ovviamente si presenta un personaggio interamente color garn, su cui indagare e da smascherare nella sua cattiveria.

Il titolo è pessimo e non ha nulla a che vedere col racconto. Non ci sono aure nere. Il titolo originale Golden, dorato, ha molto più senso (è il nome dei "ragazzi fichi" della scuola, reso con Super in italiano), è più d'impatto e non inganna il lettore.

Spero verranno pubblicati anche i seguiti, con poche speranze visto che sono passati dieci anni dal primo volume, ma in inglese saranno ancora in circolazione!

domenica 18 settembre 2016

La storia di Paride Testa - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, in occasione della Special PG Edition di Agosto 2016.

La storia di Paride Testa - Andrea Partiti

Paride Testa sospirò all’ingresso della fiera di Valbassa.
Lo colpirono rumori di una folla chiassosa e viva, odori di popcorn, di carne cotta nel suo grasso, di dolci caramellati rimasti troppo tempo all’aperto. La brezza notturna confondeva profumi e suoni.
Strinse più forte le piccole mani delle figlie. Una saltellava alla sua sinistra, immaginandosi già giochi e spettacoli. Dalla destra l’altra cercava di controllarsi, come più si addiceva al suo carattere di cinquenne cocciuta.
Paride si sentiva fortunato, nonostante l’agitazione. Solo un decennio prima non avrebbe mai pensato di potersi trovare così, esposto ai numeri del mondo ma capace di resistere per amor di qualun altro.
Era il grande salto nel vuoto. Senza Lei ad aiutarlo in caso di bisogno. Non ci sarebbe stato bisogno. Sentiva il Numero in scacco, strangolato dalle piccole mani che stringeva fra le sue.

La storia di Paride Testa non è semplice. Non è neppure complicata a voler essere precisi.
Imparò a contare alle scuole elementari di Valbassa, a sei anni d’età. Da subito i numeri dispari furono per lui fonte di grande angoscia. Paride non si spiegava il perché, le sue maestre non si spiegavano il perché, i suoi genitori non si spiegavano il perché, e quando tutti ebbero fatto le loro ipotesi, neppure gli psicologi infantili a cui lo affidarono si spiegarono il perché.
Così irregolari, storti, deformi, privi della naturale simmetria dei numeri pari, i numeri dispari aggredivano Paride Testa in ogni loro manifestazione. Dapprima nella rozza rappresentazione come linee o puntolini da contare, su un quaderno giallo e innocente.
Col senno di poi, Paride avrebbe dovuto fermarsi alle prime avvisaglie di ansia, ma la macchina educativa non si poteva fermare. Gli impose l’astrazione, il simbolo. Creò il Numero nella sua mente. E con il Numero iniziò davvero la sua ossessione, la paura dietro alla struttura. Solo l’ignoranza lo proteggeva, prima.
Paride scoprì numeri in tutto ciò che lo circondava. Scoprì numeri nelle persone, negli animali, negli oggetti.
Amava la sua classe di diciotto alunni oltre a lui, ma non se qualcuno era malato; temeva l’altra sezione e i suoi diciannove nomi sul registro. Voi che non vedete la struttura del Numero penserete che sono sempre diciannove in ogni classe, uguale, giusto? Invece no, credete a Paride.
Amava di Evenlin, la cagnolina di casa, le orecchie, gli occhi, le zampe tozze. Contava sempre con attenzione le grosse crocchette puzzolenti che le versava nella doppia ciotola che le spettava per pranzo.
Amava il suo corpo, a volte di più e a volte di meno. Aveva imparato presto a osservarsi esclusivamente allo specchio, mai direttamente. Gli specchi erano uno strumento magico che rendeva qualsiasi cosa vi si riflettesse migliore, doppia, giusta. Aveva due specchi nella sua stanza.
Amava l’autobus 22 che lo portava dai nonni dopo le lezioni, per pranzare e passare lì il pomeriggio, ma si faceva riaccompagnare in auto, perché solo la linea 23 lo poteva riportare indietro. La targa della 126 della nonna era pari, e un giorno aveva contato tutte le piccole linee sul sedile: pari. Solo il posto di guida sembrava pericoloso a Paride. Pedali, volante, levetta di avviamento.
Per calmarsi quando era costretto in situazioni spiacevoli — come quella volta dal dentista, tre persone in una sala d’attesa per quasi un’ora, — si sedeva di fronte al televisore col Televideo acceso. Lo rilassava vedere i numeri ruotare furiosamente. Si fermavano solo quando lo ordinava lui, esattamente dove chiedeva. Partiva da pagina 2, dove non c’era mai nulla, e saliva due a due. A volte arrivato a trecento si era ripreso, a volte a cinquecento. Una sola volta era arrivato alla fine, 998 e 000 di nuovo, ma per sfizio suo, non perché ne aveva avuto bisogno.
Scoprì numeri anche in cielo, uno spaventoso singolo Sole di mezzogiorno, una terribile Luna di mezzanotte. Solo insieme nei mattini o nelle sere di quadratura, tornavano insieme dandogli calma. Per questo amava i luoghi chiusi, erano più prevedibili. Paride amava incondizionatamente le notti buie di Luna nuova. Usciva sul piccolo balcone della sua stanza e osservava le stelle, così tante da sfidare il suo senso di Numerosità, spegnendolo mentre sdraiato a pancia all’aria sulle piastrelle fredde lasciava che il suo sguardo sfocasse.

Arrivarono gli anni delle medicine: iniziarono dopo l’”incidente delle dita,” come lo chiamava sua madre per minimizzarlo. Paride non lo ricordava più: aveva sedici anni e coinvolse un dito mozzato e un pomeriggio passato chiuso nella sua stanza con il suddetto dito in un bicchiere pieno di ghiaccio tritato, un grosso coltello affilato e la sensazione di dover pareggiare la situazione.
La madre lo trovò così, che ancora ci pensava e si convinceva che fosse l’unica strada.
I medici dissentirono e decisero che riaggiungere era meglio che sottrarre, e fu in quest’occasione che la psichiatra di Paride decise di provare un approccio più aggressivo.
Paride scoprì che c’era qualcosa di peggio che vedere numeri e strutture in ciò che lo circondava. Le medicine lo rendevano cieco e incapace di interpretare. L’assenza del Numero non lo calmava, lo terrorizzava ancora di più, perché il Numero era sempre attorno a lui, lo sapeva, ma non aveva più alcuno strumento per controllarlo e gestirlo.
Smise di medicarsi, imparò a fingere. Entro qualche anno partì, lontano da Valbassa per studiare, in una città in cui era allo stesso tempo sollevato di non dover nascondere i suoi disagi, ma allo stesso tempo era costretto a esporsi molto di più al mondo, se voleva cavarsela.
Uscì ogni notte, esplorò la nuova città in cui si era trasferito, espanse il suo mondo, per la prima volta senza alcuna fretta o giudizio. Amava essere anonimo, essere uno zero in un mare di persone, anziché proprio lui, Paride Testa in mezzo a gente che lo conosceva.

Paride trovò pace quando incontrò Lei. Per la prima volta capì che non erano le persone che lo circondavano a dover essere pari. Non stava male a causa loro. Stava male perché lui stesso era uno, e con Lei finalmente poteva non esserlo più.
Insieme crebbero e con Lei presente il Numero smise di comandare tutto il tempo. Sapeva assopirlo quel tanto che permetteva a Paride di ridere di più.
Insieme tornarono a Valbassa quando venne il giusto momento.
Insieme costruirono un nido di misura per Paride. Un luogo dove poteva rifugiarsi dopo aver affrontato ogni giorno il Numero, quando lavorava. Una casa senza elementi a turbarlo e preoccuparlo. Dove Paride poteva dormire con la consapevolezza che nulla ne minacciava la pace d’animo.
Insieme a un terrorizzato Paride, sempre a disagio in ospedale, Lei scoprì che in grembo portava non una, ma due creature. Gemelle.
Paride non avrebbe potuto chiedere o desiderare di meglio. Era il mondo che gli diceva “Hai fatto bene, ti ho dato una strada dissestata da percorrere, sei ruzzolato a terra un po’ di volte, ma ora è tutto liscio e in discesa. Niente più trappole.”
Le gemelle crebbero nella pari armonia domestica, senza mai metterla in dubbio, senza che nessuno dei loro giochi, dei loro abiti, dei loro ninnoli potesse turbarla. Senza mai chiedere nulla del mondo equilibrato in cui vivevano, giocavano.

Entrarono nella fiera di Valbassa, una volta pagato il simbolico biglietto da tre euro a testa.
Aveva promesso da settimane quell’uscita alle gemelle. Era la prima volta in cui erano abbastanza grandi da partecipare e in tasca avevano ciascuna un sacchetto di monete, raccolte durante l’anno e che avevano ogni intenzione di investire in ogni sorta di divertimenti della fiera. Avevano solo un’idea vaga di cosa avrebbero trovato, ma la solida certezza del divertimento.
Le prime monete finirono nella scatola di latta di un rubizzo ometto dietro all’ingresso. Legò ai polsi delle bambine due palloncini gialli. L’uomo porse uno dei fili a Paride, chiedendogli senza parlare se ne desiderasse anche lui uno. Paride scosse la testa. Andava bene così. Benissimo.
Con due cartocci di castagne e due sacchettini di mandorle caramellate camminarono tra una fila di banchi presidiati da venditori rumorosi che vantavano le meraviglie dei loro prodotti.
Si fermarono, sempre sgranocchianti, a un piccolo teatro all’aperto. Un semicerchio di sedie e cuscini sparsi a terra che circondavano un palco teatrale in miniatura. Lì piccoli burattini-mimo danzavano per un pubblico che raramente si fermava abbastanza da meritare una storia coerente.
I piccoli mimi si colpivano sulla testa con vigore, e a ogni colpo i bambini ridevano. A ogni scivolone ridevano. A ogni parete incocciata col cranio ridevano.
Paride si concentrava sui burattini per non osservare chi li circondava. Per non sapere quanti adulti, quanti bambini, quante sedie lo circondavano. Perché quel che contavano erano le due gemelle e la loro serata, nient’altro.
Come rispondendo a un ordine improvviso, tutti i burattini si ritirarono dietro alle piccole quinte del loro mondo. Le voci dei venditori si abbassarono tutt’attorno. Molti si alzarono.
Le bambine si alzarono e lo tirarono verso il nuovo polo d’attività. Si insinuarono tra le persone in movimento.
Una grassa signora perse l’equilibrio, una sottile sigaretta sfiorò uno dei palloncini.
Esplose con uno schiocco sonoro. Un frammento atterrò sulla fronte di Paride, aderendovi, attaccandolo.
L’esplosione tacitò ogni suono, rallentò ogni movimento.
Espirò.
Paride si arrestò; le figlie non si opposero.
Smise di respirare.
C’era un equilibrio, anche nello squilibrio. Se ne era convinto col tempo. Era davvero così fragile?
Niente aria.
L’altra figlia gli afferrò con forza l’avambraccio per attirare l’attenzione di Paride e tirò rapida verso di sé il cordino del palloncino superstite, ancora legato al suo polso.
Morse il lattice sopra al nodo del palloncino, che si sgonfiò con una poco dignitosa pernacchia.
«Va tutto bene,» lo rassicurò.
Paride alzò lo sguardo verso il punto in cui stava il palloncino fino a un attimo prima, ma vide solo la Luna, molto più lontana. Sorrise.

sabato 10 settembre 2016

Elly Penny - (Dis)avventure al campeggio - Ruth McNally Barshaw

Che fare quando ti costringono a partire per il campeggio con la combriccola di parenti più noiosa del mondo? Povera Elly, ci sono proprio tutti: zia Arg, zio Tristan, il suo fratellino scimmia Ben-Ben, e tre cugini insopportabili Ericretino, Deanna La Lagna e la piccola Prissy Schiffy. A Elly rimane solo una via di scampo: scrivere e disegnare tutto nel suo diario! Età di lettura: da 7 anni.

Vanno di gran moda i "diari illustrati" per ragazzi. Elly Penny mi sembrava dare una prospettiva diversa, meno personale e più sociale e di osservazione, quindi gli ho dato una speranza, e ne sono ben felice.

Elly Penny (o pre-traduzione Elly McDoodle) è una ragazzina che compila con grande assiduità un suo diario illustrato. Annota tutto quel che impara, scopre, osserva. Parla della sua famiglia, degli altri ragazzi, dei giochi e dei problemi che affronta.

Il grande tema di questo primo diario illustrato è il rapporto con "i parenti antipatici". Seguiamo Penny costretta ad andare in campeggio con gli zii e i cugini che non sopporta, che hanno abitudini diverse da quelle della sua famiglia che le sono care come sono care a qualsiasi ragazzo le sue consuetudini.
Senza mai parlarne esplicitamente, ci viene mostrato un avvicinamento progressivo ai cugini, per varie ragioni e quindi agli zii, man mano che li umanizza, scopre che anche loro hanno passioni, curiosità e interessi, a volte paralleli ai suoi, a volte no, ma pur sempre passioni forti e umane.

E' un tema che non mi è mai capitato di veder affrontare da un libro per ragazzi, e il risultato è ottimo, anche aiutato dalla mole di osservazioni sulla natura e sui giochi che funzionano benissimo nel diluire la vera storia e nel non "imporla", rendendola pesante.

sabato 3 settembre 2016

Valentino - Natalia Ginzburg

«Parte dal trito, dal logoro della vita quotidiana; e, mentre ne sottolinea l'assenza, vi costruisce sopra una stilizzata ed ironica favola. Ma codesta professione di ingenuità surreale non obbedisce, nelle sue intenzioni, a un partito preso dell'intelligenza. Ricorrendo alle sue dolci e incantate macchiette, la Ginzburg vuol identificarsi con il senso stesso, assurdo e doloroso, della vita».

Natalia Ginzburg affronta dei temi delicati in questo romanzo breve.

Valentino è la storia di una famiglia, come è caro all'autrice. Un padre devoto, due figlie e il figlio maggiore, Valentino appunto.

Valentino è destinato a grandi cose, a una brillante carriera di medico, e tutte le risorse familiari finiscono investite sul suo futuro, a costo di privare tutti anche dei beni di prima necessità.
Valentino è bello, biondo, vanesio, ama i begli abiti, la bella vita, le ragazzette giovani e superficiali, ma decide di sposare Maddalena, una donna ricca e brutta che si prodiga per lui e la sua famiglia.

Da qui la storia vira su temi insoliti, si allude a Kit, un suo amico intimo di lunga frequentazione, all'insoddisfazione della moglie Maddalena. La sorella minore Caterina, la voce narrante, viene fortemente spinta verso un matrimonio verso questo amico, per tenerlo legato alla famiglia, ma la promessa viene spezzata e Kit si suicida disperato.

L'omosessualità di Valentino, fonte del suo disagio, non viene mai affrontata apertamente, né discussa. E' sepolta in profondità nel racconto, così come è sepolta in profondità nella società di cui si parla.

Tutto torna insieme nella triste battuta finale di Maddalena, ormai separata: "Avrei sopportato qualunque cosa, qualunque storia con una donna. Ma non questa cosa qui", che svela il cuore del conflitto coniugale.

Valentino è uno dei racconti più anonimi di Natalia Ginzburg e allo stesso tempo tra i più significativi per il messaggio che prova a portare in un'epoca in cui pochi scrittori si esponevano così platealmente nel parlare dell'omosessualità nei suoi aspetti di dramma personale da vivere.

martedì 30 agosto 2016

Il trattamento ridarelli - Doyle Roddy

Un libro per bambini con disturbo dell'attenzione? Forse, è l'unica spiegazione che mi posso dare.
"Un genio assoluto" dice l'endorsment della Rowling sulla copertina. Probabilmente detto in maniera sarcastica, ma si sa che per scritto il sarcasmo è difficile da cogliere.

I ridarelli sono queste creaturine mimetiche che puniscono gli adulti che si comportano male con i bambini facendo loro pestare cacche di cane. Vogliono punire il signor Mack, ma il signor Mack in realtà è buono, i suoi figli e il cane di casa lo scoprono e arrivano in tempo per impedirgli di pestare la cacca. Fine.

Aggiungi riempitivi vari, capitoli meta, digressioni sparse e sconclusionate piene di umorismo che farebbe storcere il naso a gran parte dei bambini che ha già aperto altri tre libri prima di questo, ed il Capolavoro è pronto alle stampe.

Salvo i disegni, ma solo quelli.

sabato 27 agosto 2016

Le piccole virtù - Natalia Ginzburg


Undici testi tra autobiografia e saggio. Undici modi di «sentire» fatti, cose, gesti, voci.
Tutti i romanzi di Natalia Ginzburg sono in qualche modo autobiografici, Le piccole virtù è il primo che incontro a esserlo esplicitamente.

Gli undici capitoli, slegati tra loro, dipingono una vita intera grazie a dettagli e piccoli aneddoti, persone importanti della sua vita, riflessioni sulla società e sull'educazione.

Ho trovato speciale e toccante il brano dedicato al Ritratto di un amico, in cui crea questa immagine di uno scrittore solo e in lotta con il mondo. Solo la (celebre) morte in una camera d'albergo di fronte alla stazione di Porta Nuova, a Torino, mi ha fatto unire tutti i puntini identificandolo come Cesare Pavese. Sarebbe un brano da leggere, studiando Pavese, per lo spessore umano che aggiunge allo Scrittore, visto come entità da sezionale in temi e periodi e stile e influenze.

Natalia Ginzburg sfocia quasi nel comico, un pezzo di stand-up comedy di grande impatto, Io e lui, con un confronto spietato tra lei e il marito, con interessi, obiettivi, passioni, approcci radicalmente diversi e spesso contrapposti. Quasi nel comico e non completamente, perché c'è un pronfodo affetto nascosto sotto le scene improbabili che racconta.

Un grande tema che attraversa tutti i brani di questa raccolta è quella della passione, del seguire le passioni, del coltivarle, di come si riflettono su chi ci sta attorno facendolo reagire diversamente alla nostra presenza.

sabato 20 agosto 2016

L'ultima riparazione - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, in occasione della Special Steampunk Edition di Luglio 2016.

L'ultima riparazione - Andrea Partiti

— Ragazzo! Abbiamo un guasto!
Appoggiai il pezzo di metallo che stavo limando e mi girai verso il vecchio Mot. Tutti erano ragazzi, per lui.
— Dove? — gli chiesi.
— Giù al tunnel della Chiesa, — indicò il pannello della rete energetica del villaggio, — è uno dei tubi grossi, dove ci siamo agganciati direttamente alla linea centrale di Sopra.
Sbiancai, ma Mot non lo notò nella penombra.
— È un problema…
— È un problema sì! Se perde pressione se ne accorgeranno pure loro. Dobbiamo ripararlo o far sparire l’allacciamento, — Mot scosse la testa.
— Sapevo che era stupido attaccarsi alla linea centrale. Che bisogno c’era? Avrei volentieri messo su dieci allacciamenti a tubi più piccoli pur di non rischiare.
— Non stava a noi decidere, — disse Mot, mentre recuperava una sacca di attrezzi e me la lanciava.
— Non è mai stata una buona idea rubare il vapore da quelli di Sopra, da in partenza. — Misi al collo gli occhiali protettivi.
— 15:38?
— 15:38, — risposi, dopo aver estratto il mio orologio. Ero sincronizzato.
— Alle 15:50 sgancio il nostro sistema. Hai abbastanza tempo per arrivare sotto alla Chiesa e valutare il danno. Da quando apro le valvole hai un’ora per riparare o isolare il guasto.
— Dammi del filo da saldatura, di quello buono.
— Stagno e argento, — Mot mi lanciò una grossa bobina, — tutte quello che ci resta. Spicciati, o rischiamo che qualcuno da Sopra si insospettisca.
Corsi fuori, lungo la via illuminata da lampade a gas. Tutti erano nei tunnel a caccia o a raccogliere rottami, a quell’ora.
Passando dalla piazza del mercato feci segno all’unica anima presente, un bambino nero come il carbone che trasportava: — Vieni con me, è un’emergenza! — Mi riconobbe, abbandonò il suo carico e mi seguì senza protestare. L’avrei mandato di corsa da Mot in caso di bisogno.
Arrivato al tunnel che cercavo, mi abbassai per evitare il primo arco di mattoni sporgenti e mi lanciai nel buio. Entro poco gli occhi si sarebbero adattati.
Fu facile trovare il condotto che cercavo, mi bastò seguire il fischio stridulo e il calore. All’ultima svolta il suono calò d’intensità diventando tollerabile: Mot aveva sganciato la rete.
Alzati gli occhiali riuscii a valutare meglio la situazione. Un grosso squarcio partiva dalla giunzione. Dovevo tirar giù tutto e chiuderlo.
Sospirai. — Stai indietro, è pericoloso, — dissi al giovane cooptato.
Estrassi un mazzuolo e mi misi al lavoro. Staccato il tubo della rete del villaggio e impilatolo a pezzi in un angolo, tirai fuori delle piastre metalliche dalla sacca. Una volta in forma sarebbero state perfette per riparare il danno.
Annuivo, compiaciuto perché mi restava ancora mezz’ora, quando sentii un un ronzio, una forte luce mi ferì gli occhi. Una voce mi intimò: — Fermo dove sei! Fatti vedere o spariamo!
Obbedii, andai incontro alla voce.
— Criminale! Hai fatto saltare il condotto e te ne stai pure a rimirare il risultato!
Intravidi il ragazzino sparire nel buio.
Annuii per confermare l’accusa, inginocchiandomi di fronte ai moschetti puntati su di me.

martedì 16 agosto 2016

Il professor Gargoyle - Charles Gilman

 Scuola Media Lovecraft #1

La nuova serie di romanzi da brivido targata Salani Editore. Preparatevi a fare i conti con i vostri peggiori incubi! Strane cose stanno accadendo alla Scuola Media Lovecraft. Ratti saltano fuori dagli armadietti. Gli studenti scompaiono. La biblioteca scolastica è un vero e proprio labirinto di corridoi. E l'insegnante di scienze si comporta in modo molto particolare. Infatti, sembra proprio essere un mostro mascherato da essere umano. Robert Arthur ora sa che la sua seconda media sarà qualcosa di molto molto strano. Questo primo volume della serie pone le basi per tutte le avventure che seguiranno.

La scuola media Lovecraft è un'ambientazione bellissima. Costruita riciclando pezzi e materia della villa di un cultista dedito agli esperimenti, è piena di portali, di creature, di misteri.

Buttarci dentro un ragazzo normale e senza alcuna esperienza dell'occulto può solo creare situazioni entusiasmanti! O mortali.

Bellissima l'idea di usare un'ambientazione lovecraftiana per un romanzo per ragazzi. Questo lo rende doppiamente godibile, leggendo la storia ingenua e giocando a trovare riferimenti e allusioni al "canone", le formule, le creature, gli antichi, le dimore scricchiolanti dietro alle cui porte si nascondono immancabilmente orrori appena descrivibili.

Robert Arthur, il protagonista, è un ragazzo estremamente comune. Il suo problema principale è Glenn, il bullo che lo tormenta, ed è quella la grande evoluzione di questo primo racconto. Robert è solo e vessato all'inizio, ma i pericoli della scuola spingono insieme e rendono amici per sopravvivenza i due ragazzi. Certo, a loro si unisce una ragazza-fantasma, ma è secondario.

Il professor Gargoyle del titolo, nome esteso Garfield Goyle, è una delusione perché non mantiene le promesse del suo nome, nonostante la sua malvagità. Anzi, il nome sembra essere quello vero di una persona qualsiasi, il che rende ancora più sconcertante la coincidenza. Non ho apprezzato il titolo-esca, ma lo stile accattivante e le idee di fondo dell'ambientazione hanno compensato ampiamente questa delusione.

mercoledì 10 agosto 2016

Le voci della sera - Natalia Ginzburg

In questo romanzo, scritto durante il soggiorno di Natalia Ginzburg a Londra e uscito per la prima volta nel 1961, è racchiuso il senso delle storie di famiglia: la presenza degli anziani e il venir su dei giovani, quel loro crescere diversi da quanto ci si sarebbe aspettato, l'allacciarsi e il mutare degli amori, delle amicizie e delle antipatie, tutte cose che l'autrice esprime con un ardore senza uguali e un'assorta caparbietà, quasi per sottrarle alla devastazione e alla perdita. Come in una lunga saga familiare i personaggi e le vicende si svelano con uno stile spoglio. Della taciturna ragazza che scrive in prima persona soffriamo le speranze e le delusioni senza una riga di commento o giudizio o introspezione. È il modo di raccontare della Ginzburg, fedele al rigore delle notazioni oggettive, attento a riportare le battute di un dialogo, la cadenza di una frase.
Le voci della sera ha uno stile ancora più spoglio di quanto non associassi alla penna di Natalia Ginzburg. In questa piccola saga familiare i personaggi ci vengono presentati uno a uno, ordinatamente, e altrettanto ordinatamente ognuno trova un suo posto preciso, in un equilibrio perfettamente giustificato da tutto il suo passato, le sue aspirazioni e le sue relazioni.

Gli uomini che sembrano prendere le grandi decisioni, sono personaggi molto vuoti, che si lasciano trascinare dagli eventi, ma è ben nascosto questo fenomeno. Le donne hanno uno spessore maggiore, soprattutto quelle giovani e con una buona prospettiva sul mondo, spesso contrapposte a madri o zie dai discorsi vuoti, che evocano lo spirito delle chiacchiere da salotto piemontese.

C'è una grande pacatezza in questo romanzo, mai confusa con la rassegnazione.

Willy acchiappafantasmi e gli extraterrestri - Roger Collinson

Una lettura estiva e leggera, da tenere di fianco alla porta d'ingresso da leggere quando alle quattro del mattino il gatto chiama per entrare, ma vuole prima mangiare i croccantini fuori dalla porta e devo aspettarlo.

Willy è un bambino normale, anzi, è un bambino vintage che ama il fango, i giochi, gli animali e si trova in una società in cui ci si aspetta che i ragazzini della sua età crescano più rapidamente e si dedichino ad attività meno infantili.

Il titolo è un adattamento orrendo in cui si fondono due dei racconti della raccolta completamente scorrelati, quello in cui Willy ha a che fare con i fantasmi e quello in cui incontra degli alieni. Pessima scelta, confusa e pretestuosa.

L'autore è chiaramente un Trekker, le allusioni a Star Trek sono onnipresenti, nei nomi dei personaggi, in situazioni ricorrenti della serie riprese nei racconti. Il nonno stesso di Willy è un trekker (e ammetto che i fan originali della serie hanno l'età giusta per essere nonni), va alle convention, si mette la divisa. Questo aggiunge un livello di complessità e ammiccamenti che rende i racconti piacevoli da leggere anche superata l'età di copertina.

La struttura con personaggi ricorrenti che popolano il mondo di Willy lo rende simpatico alleggerendo la lettura, l'autore ci mette pochissimo a caratterizzare la madre e il nonno e a creare dei pattern di comportamento che ci si aspetta e viene regolarmente interrotto dagli imprevisti che avviano i racconti.

sabato 6 agosto 2016

Mago a metà - Terry Brooks

Questor Thews, il mago a metà del titolo, pensa di aver trovato il modo per far tornare umano Abernathy. Una magia sperimentale e in cui Abernathy deve indossare il medaglione dell'Alto Signore.
Ovviamente non funziona e viene mandato sulla terra, scambiato con una bottiglia contenente un demonietto che inizia a fare danni.
Il resto della storia è una parabola la cui morale è "non dividere il party", perché se una parte è sulla terra e una parte è a Landover, nulla di buono può succedere.
Il darkling (l'abitante della bottiglia) viene passato di mano in mano, gli gnomi, il Signore del Fiume, finendo poi alla Strega del Crepuscolo.
Sulla terra ben Holiday insegue le tracce di un cane umanoide, non troppo difficile da rintracciare, e si trova a combattere contro il passato signore di Landover, ora ricco possidente annoiato, isolato nel suo castello.

Questo libro della saga segna il distacco completo dalla vita passata di Ben, viene archiviato il ricordo della moglie, senza rimpianti, per accettare completamente Willow e la sua natura fatata. Le meccaniche stesse di Landover e della magia diventano più facili da accettare, il Paladino una seconda natura. Anche se la storia è minima e spesso simplicistica, tutti i personaggi subiscono una forte evoluzione, primo tra tutti Questor Thews che per la prima volta troviamo a suo agio nell'usare la magia, per combattere con Strabo e convincerlo a irrompere nel nostro mondo e salvare il gruppetto sperduto. Anche lui esce dall'ombra del fratello trovando la sua identità.

martedì 26 luglio 2016

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, secondo classificato nella Special Monsters Edition di Giugno 2016, in una versione leggermente editata e (spero) migliorata.

Le quattro virtù - Andrea Partiti

Il daimyo Nabeshima Mitsushige era noto per due grandi passioni: i gatti e il gioco del go.
La sua abilità di governante della provincia di Hizen ne era però intaccata: ignorava gli han confinanti e si chiudeva nel suo palazzo di Nabeshima per giorni, studiando gli antichi maestri cinesi e leggendo poesie durante il giorno, cercando nelle stelle il suo futuro durante la notte.
Ignorando gli Editti sulla Compassione verso gli Animali dello shogun Tokugawa, allontanava dalle sue terre cani, tanuki e ogni altra creatura considerata molesta per i suoi preziosi felini. La sola vista di un macilento cane randagio scatenava una nuova battuta di caccia per le vie della città.
Fu con questa fama in mente che Ryuzoji Matashichi si avvicinò alla residenza di Nabeshima, convocato con urgenza. Il daimyo cercava uno sfidante e aveva invitato gli allievi più promettenti dell’han, uno da ogni monastero.
Nella sala in cui fu accompagnato da due anziane domestiche, sedevano a terra altri due monaci dall’aspetto non dissimile da quello di Ryuzoji: le vesti povere, le teste rasate, un rosario al collo. Si sedette accanto a loro senza un cenno.
La stanza era spoglia con al centro un goban tra due semplici cuscini, senza neppure uno schienale o un bracciolo. Le goke erano aperte, in attesa di un giocatore.
Gli unici altri presenti erano quattro grosse gatte, sdraiate al sole sui tatami, come padrone della casa.
Senza clamore Nabeshima Mitsushige entrò nella stanza da una porta scorrevole e si inginocchiò di fronte al goban. Prese la goke contenente le pietre bianche e la avvicinò a sé.
Rispondendo a un implicito ordine, il primo dei tre monaci si avvicinò e si sedette in seiza di fronte al daimyo, a capo chino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La migliore delle sfide, — rispose il primo sfidante. — Ogni mossa taglia più di una katana, ogni pietra svela strategie degne di Changqing.
Nabeshima lo congedò con un cenno del capo. Una gatta rossa lo seguì fuori dalla stanza.
Il secondo si fece avanti prendendone il posto sul cuscino.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— La più nobile delle arti, — rispose il secondo sfidante. — Ogni mossa è armonia, ogni pietra si dispone a creare un mondo, come le sillabe nei tanka o i fiori nel kadō.
Un secondo cenno del capo e anche il monaco sfidante sparì, seguito da una gatta bianca.
L’ultimo sfidante si avvicinò.
— Cos’è il go? — chiese Nabeshima.
— Lo specchio dell’anima, — rispose Ryuzoji Matashichi. — Se nascondo dell’ira, sarò aggressivo nel mio gioco; se sono un codardo, le mie mosse saranno pavide. Nulla resta nascosto.
— È lo shudan, il parlare con le mani. Dici bene.
— Sì, maestro Nabeshima.
— Vediamo, quindi. Ancora non giocherai con me: una delle mie compagne sarà la tua sfidante, — indicò una delle gatte rimaste, che rispose al suo gesto avvicinandosi.
Il daimyo si alzò prendendo la posizione da osservatore a lato del goban, mentre la gatta nera, con grande stupore di Ryuzoji, si sedeva di fronte a lui, gli occhi appena sopra al piano di gioco.
— Mostrati, — le ordinò Nabeshima Mitsushige.
L’aria si fece rarefatta, mentre l’animale cresceva di dimensioni, il pelo si trasformava in un abito pesante, gli artigli in unghie curate, i lineamenti felini in quelli di una donna pallida e delicata. Solo tracce di bianco nei capelli e gli strani occhi gialli rivelavano la sua natura di yōkai. Sorrideva in modo inappropriato alla presenza del daimyo, ma questi sembrava non curarsene.
— I tuoi compagni sono morti, — disse la fanciulla.
Ryuzoji non reagì, ancora incredulo per l’avvenuto.
Lei continuò: — Con il loro spirito impuro non meritavano di confrontarsi con il maestro Nabeshima e sono stati sacrificati.
Ryuzoji Matashichi domandò al daimyo: — Perché questi bakeneko vivono nella vostra casa? Gli spiriti dovrebbero vivere lontano dagli uomini, è innaturale.
— I bakeneko sono i miei maestri, rappresentano le quattro virtù del go. Incarnano la flessibilità, l’attenzione, la delicatezza e la spietatezza. Divorano i giocatori indegni e nutrendosene alimentano il mio spirito, la mia abilità.
Ryuzoji annuì, perché erano le virtù che lui stesso perseguiva, giorno dopo giorno.
Onegai shimasu, — gli disse la gatta nera.
Yoroshiku onegai shimasu, — rispose Ryuzoji Matashichi, chinando la testa e posando con uno schiocco sonoro la prima pietra.

lunedì 25 luglio 2016

I miei premi - Thomas Bernhard

Supremamente ottuso è per Bernhard il mondo dei premi letterari, di cui traccia un ritratto insieme crudele e divertentissimo, senza risparmiare frecciate a nessuno, neanche a se stesso: «Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso» dice a proposito del premio Franz Theodor Csokor. Al grottesco balletto prendono parte stolidi largitori e beneficati vanesi; ministre che russano durante i panegirici per poi risvegliarsi di botto sbraitando imperiose: «Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?»; conferitori di attestati e di prebende che, scambiando il sesso dei poeti laureandi, parlano con disinvoltura della «signora Bernhard»; politici opportunisti e di abissale ignoranza preoccupati solo di fare passerella; giurie letterarie insipienti ma ben liete di trasferirsi, spesate di tutto, nei migliori alberghi e ristoranti; finanziatori che con un esborso spudoratamente basso si assicurano pubblicità a buon mercato e una fama di generosi mecenati; e grossolani esponenti dell’industria che presentandolo parlano diffusamente dello «straniero nato in Olanda», il quale però «già da qualche tempo vive tra noi», e al quale attribuiscono senza fare una piega un fantomatico romanzo ambientato in un’isola del Sud. «Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo» pensa tuttavia Bernhard, e non nega affatto di averlo speso volentieri, soprattutto se gli ha dato l’occasione per comprarsi finalmente una Triumph Herald.
È strano avvicinarsi a un autore non tramite una sua opera, un romanzo, dei racconti, ma a una piccola raccolta di spaccati autobiografici sui premi letterari da lui ricevuti e accettati. È un modo meta e piacevole per scoprire cosa la critica e i colleghi letterati pensavano di lui quando era in attività, quali scandali (ormai passati e irrilevanti) ha vissuto, cosa l'ha guidato nelle grandi scelte.

Ammetto che questi piccoli siparietti dall'aria in parte comica, in parte triste e sconsolata nei confronti dell'ambiente letterario, che sembra essere sempre immutabile e involuto in sé stesso in ogni epoca e in ogni luoco, mi hanno reso Thomas Bernhard simpatico e attraente, per il suo senso morale e per il suo approccio al mondo.

Per ogni premio che descrive, a parte poche eccezioni, passa da alcuni stadi di "elaborazione del premio" che sono perfettamente comprensibili e condivisibili.

Non voglio il premio, dovrei vedere gente spiacevole.
Mi danno dei soldi, però.
Prendo il premio per i soldi.
Devo scrivere un discorso, non ho idee.
Lo faccio domani.
Il discorso è tra mezz'ora, invento qualcosa.
Il mio discorso delude la folla.
Ho dei soldi, questa volta non li spreco.
Oooh, un'automobile/casa/altro lo compro.
Non ho soldi.

Il tutto ripetuto fino alla decisione drastica, una volta affermato come scrittore e senza più bisogno dei vari premi, di rifiutare qualsiasi riconoscimento da parte di associazioni o simili.

Nel frattempo, Bernhard ci parla della relazione con quella che chiama "zia", e che in altre opere definisce con un suo neologismo Lebensmensch, la persona più importante della sua vita, che lo accompagna e guida lungo il percorso di vita e letterario. Ci parla dei suoi romanzi e del suo rapporto con editor ed editori. Ci parla della sua infanzia e delle ripercussioni che ha avuto sul suo lavoro.

La versione di Ad alta voce di I miei premi non è eccelsa, al contrario di buona parte dei loro adattamenti ad audiolibri. Troppa musica riempitivo e scelta con dei criteri dubbi. Saltare da discorsi filosofici alla musica techno una volta può funzionare, due volte si tollera, di più disturba solo. L'abituale musica classica come inframezzo/riempitivo forse non piace a tutti, ma è sicuramente una scelta più sicura e solida per un programma culturale.

Il signorino - Natsume Soseki

Bocchan: così si chiama in giapponese questo celebre romanzo di Natsume Soseki, che costituisce forse l'opera più letta nel Giappone moderno. Bocchan è il nome affettuoso che si usa in Giappone per rivolgersi a un bambino maschio. [...] Il personaggio, che è all'opera in queste pagine, [...] diventato adulto, resta un "signorino" dall'aria svagata, dalla mancanza di rispetto per l'etichetta, dalla disarmante sincerità. Insegna matematica ad allievi chiassosi e zucconi e in mezzo a insegnanti che non sono altro che un branco di caproni arroganti, disonesti e ipocriti. Dovrebbe rassegnarsi e capire che l'ipocrisia sta diventando norma nel Giappone moderno, ma non cessa un solo istante di difendere con impulsività e commovente ingenuità l'antico senso dell'onore. 
Questo romanzo viene paragonato al Giovane Holden, ma per la società giapponese, forse non a torto.
Per un occidentale è molto difficile da digerire, da riuscire a vivere davvero, per una terribile combinazione di spirito nipponico e di un secolo ricco di cambiamenti, guerre e sconvolgimenti sociali, ancora più drastici che per il resto del mondo.

Il Signorino del racconto è un insegnante di matematica che viene dalla città e si trova a vivere in un ambiente di provincia che disprezza e giudica, giudica sempre e comunque, troppo ingenuo, troppo diretto, troppo falso, troppo rumoroso, troppo rozzo.
Tutti i personaggi che lo circondano e a cui si riferisce senza ritegno usando solo soprannomi, Zuccacerba, Camiciarossa, Porcospino, Buffone, passano attraverso stati altanenanti di stima e disprezzo in base a nuove informazioni e comportamenti a cui il Signorino assiste.
A fare da sottofondo a questa valutazione sprezzante dei paesi di provincia, c'è la relazione tra il signorino e la sua anziana domestica lasciata a Tokyo, che Bernhard (come ho da poco imparato) definirebbe la sua Lebensmensch, la sua persona più importante, che guida le azioni del protagonista verso un tanto atteso ricongiungimento.

Il Signorino è un romanzo con uno spessore e un messaggio, ma la difficoltà a empatizzare col protagonista lo rendono davvero troppo ostico per renderlo apprezzabile a pieno fuori dal Giappone.

mercoledì 20 luglio 2016

1q84 - Haruki Murakami

1984, Tokyo. Aomame è bloccata in un taxi nel traffico. L'autista le suggerisce, come unica soluzione per non mancare all'appuntamento che l'aspetta, di uscire dalla tangenziale utilizzando una scala di emergenza, nascosta e poco frequentata. Ma, sibillino, aggiunge di fare attenzione: "Non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è sempre una sola". Negli stessi giorni Tengo, un giovane aspirante scrittore dotato di buona tecnica ma povero d'ispirazione, riceve uno strano incarico: un editor senza scrupoli gli chiede di riscrivere il romanzo di un'enigmatica diciassettenne così da candidarlo a un premio letterario. Ma "La crisalide d'aria" è un romanzo fantastico tanto ricco di immaginazione quanto sottilmente inquietante: la descrizione della realtà parallela alla nostra e di piccole creature che si nascondono nel corpo umano come parassiti turbano profondamente Tengo. L'incontro con l'autrice non farà che aumentare la sua vertigine: chi è veramente Fukada Eriko? Intanto Aomame (che pure non è certo una ragazza qualsiasi: nella borsetta ha un affilatissimo rompighiaccio con cui deve uccidere un uomo) osserva perplessa il mondo che la circonda: sembra quello di sempre, eppure piccoli, sinistri particolari divergono da quello a cui era abituata. Finché un giorno non vede comparire in cielo una seconda luna e sospetta di essere l'unica persona in grado di attraversare la sottile barriera che divide il 1984 dal 1Q84. Ma capisce anche un'altra cosa: che quella barriera sta per infrangersi.
Quella di 1Q84 è una recensione difficile.

È il libro più Murakami che abbia letto, in ogni senso. Ci sono tutti i grandi temi, le sette oppressive, il mondo parallelo e misterioso, l'amore che spinge insieme due personaggi inizialmente lontani e uniti solo da un filo sottile, la musica che lega tutto.

Però è troppo Murakami, anche se non lo credevo possibile.

Vediamo scolpire nel giro di mille pagine dei personaggi di uno spessore incredibile, Aomame, Tengo, Ushikawa. Sappiamo tutto di loro, come una grande tavola piena di piatti da portata che vengono scoperti uno alla volta, molto lentamente. Però prima di poter mangiare, quando il nostro stomaco brontola furiosamente per l'attesa, Murakami tira via la tovaglia da sotto e rovescia tutto, lasciandoci a contemplare il cibo spiaccicato a terra e domandarci se il sapore fosse davvero buono e incredibile come immaginavamo.

Restano troppi interrogativi in sospeso che il lettore fedele non si merita. Di chi è figlio Tengo? Chi è l'amante della madre? Dov'è finita Fukaeri? Chi diamine sono i Little People, cosa vogliono, perché? Ognuno leggendo svilupperà la sue ossessioni che vorrà veder chiarite per essere deluso in maniera personale.

Murakami non ci spiega nulla. Nulla. Tutte le informazioni utili arrivano in un unico capitolo in cui il leader parla per venti pagine in un unico grosso infodump in cui spiega le meccaniche delle crisalidi d'aria e della setta. Quel capitolo è un modo per orinare copiosamente su tutti i fanatici dello "show, don't tell" per poi ridere sguaiatamente del loro sgomento.

Riassumento: adorerete i personaggi, le divagazioni, le atmosfere; soffrirete vedendoli danzare e avvicinarsi a più riprese. Ma non aspettatevi soddisfazione.

martedì 12 luglio 2016

Chiusi dentro - John Scalzi

Contagiati da un virus globale, milioni di esseri umanicsi trovano paralizzati all’interno del corpo senza poter più muovere un muscolo. Li chiamano in molti modi: Haden, locked-in o “chiusi dentro”, ma la sostanza non cambia. Gli immobilizzati possono interagire con il mondo esterno solo attraverso due espedienti: piccoli robot che si muovono al loro posto oppure esseri umani consenzienti che ne ospitano la personalità, prestando il corpo. Uno degli integratori, come vengono definiti questi volontari, è sospettato di aver commesso un omicidio. La legge gli dà la caccia, ma quando un integratore porta dentro di sé la volontà di un Haden le sue tracce si fanno più labili e le sue motivazioni più confuse… Per questo bisogna capire chi abbia preso la decisione di uccidere.
 Urania 1632, Luglio 2016

Urania non centra sempre il bersaglio, anzi, gli "Urania Brutti" sono una categoria tutta speciale che seguo con grande passione.
A volte però, nella massa, sbuca qualche romanzo che posso solo leggere furiosamente nel giro di mezza giornata, restando alla fine con la bocca lievemente spalancata a pensare quanto sia stato bravo Scalzi, quanto la sua ambientazione sia originale, quanto l'abbia usata in maniera ingegnosa e astuta, quanto i suoi personaggi siano perfetti per esprimere tutte le sfaccettature del mondo che ha creato.

I locked-in, colpiti dalla Haden, malattia che li rinchiude nel proprio corpo paralizzati, vivono in due piani di esistenza per poter essere membri produttivi della società: un mondo virtuale, l'Agorà, una sorta di second life lievemente più metafisica e nel mondo fisico attraverso i threep, dei veri e propri robot azionati da remoto, mentre il corpo paralizzato è al sicuro. I più ricchi possono permettersi di sperimentare il mondo attraverso gli Integratori, degli ospiti umani e non robotici, ma sono rari e costosi da addestrare.

Il protagonista è Shane un agente dell'FBI affetto dalla Haden, ha quindi l'handicap di non possedere un corpo che viene compensato dai sensi migliorati della macchina che indossa, dalla invulnerabilità teorica che fornisce (anche se muore il threep, l'ospite non subisce danni) e dalla possibilità di spostarsi rapidamente usando dei threep per gli ospiti in giro per gli Stati Uniti.

L'omicidio di un Integratore su cui Shane e la sua partner Vann indagano, ha ramificazioni che lo portano a mettere in discussione la moralità di tutte le industrie che ruotano attorno alla gestione e la cura degli Haden, già in crisi per una legge che riduce i finanziamenti statali agli affetti.
Una serie di azioni terroristiche e attentati individuali colpisce le industrie coinvolte, ma aumenta l'incertezza su chi stia usando gli Integratori coinvolti e in che modo riesca a nascondere le sue tracce.

Tutti i fili si riuniscono in maniera perfetta al termine della storia, spiegando ogni dettaglio e punendo i "cattivi" in maniera adeguata al bisogno del lettore di vedere una finta giustizia in azione.

Questo tipo di intreccio poliziesco-fantascientifico mi ricorda molto l'Asimov del Ciclo dei Robot, con una ambientazione coerente e incredibilmente dettagliata, un omicidio che sembra sfidare le regole di questa ambientazione e che viene risolto giocando onestamente e spingendo al limite estremo la logica e la complessità degli eventi.

Aria fresca nella fantascienza.

lunedì 11 luglio 2016

Gatti e supergatti - Giorgio Celli

Un'amica in crisi si rivolge a un ex compagno di giochi, ora affermato etologo, per un consulto: quale animale adottare? Il dilemma parrebbe ben presto risolto a favore di un affettuoso micione, ma in realtà c'è molto da accertare, e più di un pregiudizio da demolire: sarà vero che il gatto è un impenitente opportunista, che ama il padrone solo perché lo nutre? E che è allergico ai traslochi, perché si affeziona alla casa e non a chi con lui la abita? Vestiti i panni consueti di difensore degli animali, il più celebre "gattologo" italiano insegna a comprendere e a comunicare meglio con il micio di casa, svela gli aspetti più curiosi e inaspettati, consiglia come affrontare i piccoli problemi di convivenza, aiuta a valutare l'intelligenza gattesca... E si sofferma su differenze e sintonie tra i gatti e quei supergatti che la maggior parte di noi ha potuto ammirare solo nei documentari. Perché ovunque vivano, in un giardino metropolitano o in un'assolata savana, i felini sono i re del loro ecosistema. Teneri, eleganti, buffi, sornioni, e a volte letali, sono un capolavoro della natura. E anche se non lo consideriamo più una divinità, come molti nostri antenati, il gatto non ha perso certo il suo ascendente su noi umani e in milioni di case ha trovato sapientamente un nuovo trono: il sofà. 
Ho ripreso un mano un po' per caso questo libello di Giorgio Celli, grande penna oltre che grande e compianto etologo.
 Da amante dei gatti mi aveva subito attirato per il titolo e tutte le promesse di intrattenimento e aneddoti a sfondo felino. Non delude e riesce a colpire al cuore chiunque viva o abbia vissuto con un gatto.
Celli ci parla dei suoi gatti, di come li ha incontrati, delle osservazioni di "piccola etologia domestica" sui loro comportamenti, integrando queste note con storie da un passato letterario e naturalistico che ha ben presente in ogni sua interazione col mondo felino, in positivo o in negativo.
La breve deviazione sui grandi felini non è altrettanto interessante, è troppo lontana dall'esperienza del lettore medio, ma è utile per portare una serie di osservazioni sulla conservazione della biodiversità e come conciliare la convivenza con la fauna selvatica al rispetto della vita umana in ogni sua forma, grazie all'applicazione intelligente di tecniche etologiche anziché passare subito alla forza bruta.

La forma di dialogo con un'amica "nuova alla felinità" che desidera adottare un gatto crea un simpatico effetto Simplicio-Sagredo-Salvati in cui Celli racconta, difende e perora la causa dei gatti come perfetti animali domestici, senza tirarsi indietro di fronte a nessuna critica.

Riassumendo: siete gattari nell'anima? Gatti e supergatti vi darà di che discutere e raccontare ai vostri compagni in innumerevoli occasioni.