mercoledì 29 giugno 2016

Merletti di rugiada - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, secondo classificato nella Live Edition a Rozzano di Giugno 2016.
Merletti di rugiada - Andrea Partiti

Oggi voglio parlarvi dei Giardini di Valbassa, un vivace e popoloso paese della mia regione.
I Giardini, polmone ammodernato di un’ampia villa di nobiltà decaduta sin dall’epoca del tuchinaggio, sono il grande punto di ritrovo pomeridiano per bambini, giovani madri, badanti, venditori ambulanti con sacchi di chincaglieria da turisti e tutta quell’umanità varia e colorata che sotto il sole vaga senza una meta precisa e ne viene attirata con promesse di frescura e quiete. Non è raro vedere una giovane coppia appartata con dei grossi tomi sulle ginocchia che usa le radici di uno dei grandi olmi dell’area più antica come un’aula studio dotata di ogni distrazione.
Dei molti ingressi, i bambini ne usano uno soltanto, sul lato destro rispetto alla grande villa vuota, quello che affaccia sulla via delle scuole, da cui arrivano in gruppetti rumorosi attaccati alle gonne delle madri a cui hanno affidato le cartelle, pronti a scrollarsi di dosso con una corsa l’immobilità e la concentrazione del mattino. Quando anche arrivassero da altre direzioni, l’abitudine li porta a correre verso il “loro” grande cancello, spalancato e simbolico, ignorando gli altri accessi.
I vecchi alberi del Giardino, cresciuti a intrecciarsi in un tetto, sono organizzati in file ordinate che si allontanano radialmente dal grande lago tondo al cui centro, a dirigere la marcia vegetale, trovate un’imponente fontana di cemento, dall’aria triste e limacciosa, come una gigantesca giara da acquario coperta di alghe. Questo lago, considerato da ogni madre — a buona ragione — minaccioso, è pattugliato circolarmente dall’unica guardia del parco, i cui compiti principali sono salutare ogni donna incroci il suo percorso con un sorridente sollevarsi di baffi e intimorire bonariamente i più piccoli.
L’angolo più ambito del parco, a cui tutti i bambini accorrono entrando nei Giardini, è la Duna. Alla Duna trovate le altalene, gli scivoli, i ponti di corde, i caroselli a spinta manuale col loro pregiato posto a sedere sulle sbarre del grande volante, riservato a chi dirige il gruppo.
La Duna è brulla, senza neppure un innocuo cespuglio di viburno a profumare l’aria, perché le madri sedute sulle panchine tutt’attorno possano sempre avere sott’occhio i figli. Questa sua anomalia la rende il luogo meno adatto per nascondersi e cercarsi, ma questo mai ha scoraggiato i bambini dal provarci comunque, generazione dopo generazione.
L’unico albero alla Duna, discosto dal centro, è un monumentale platano nodoso, inevitabile fulcro di ogni gioco. Alla sua base un piccolo cartello in legno racconta di chissà chi, che chissà quando ha legato al tronco il suo cavallo per raccogliere gli abitanti di Valbassa per un qualche suo nobile scopo. Nessun bambino ha mai avuto tempo di fermarsi a decifrare le lettere bruciate, quando c’era sempre un animale da osservare, un gioco da organizzare, un amico da inseguire.
Attorno alla Duna e sulle giostre al suo interno, rigorosamente al sole, i cervelli si cuociono, le sbarre metalliche delle strutture si arroventano e solo il vento porta un benessere sporadico.
Vi domanderete senza dubbio di quel grande ramo che parte dal platano, quasi orizzontale sul terreno e si spinge verso un angolo discosto e quieto. Vi domanderete di quella panchina in pietra dall’aria antica che l’ombra ripara da mezzogiorno fino a sera. Vi domanderete della piccola altalena tinta di blu lì a fianco, stranamente pensata per un singolo bambino, anziché con una fila di seggiolini pronti a lanciarsi per aria in una gara senza vincitori.
Quando le madri posano lo sguardo su quell’angolo della Duna, si sbrigano a distoglierlo e cercano rapidamente loro figlio con gli occhi. Perdono il sorriso per un attimo, finché non ritrovano il piccolo viso familiare.
Se un bambino corre verso quell’altalena isolata, un grido lo richiama all’ordine prima che vi si avvicini. Non importa da chi arrivi, c’è sempre un grido che lo ferma con una scusa: svestirlo, coprirlo, levargli con la saliva una macchia dalla faccia, tentarlo con un gelato al chiosco poco lontano.
Il pudore delle madri che dapprima le sparge una per ogni panchina, arrivando, si scioglie ogni giorno in nuove combinazioni, creando amicizie temporanee della durata di un pomeriggio, a volte di una stagione, raramente di una vita, spingendole a dividere gli spazi.
Ogni tanto una nuova madre, ingenua, arriva ai Giardini già ben occupati, e senza un viso amico a cui dirigersi viene attirata dall’ombra piacevole di quel piccolo spazio riservato in fondo al grande ramo. Prova ad avvicinarsi alla panchina in pietra. Entra nella bolla di aria fredda, stringe con più forza la mano del bambino che accompagna. Non sa perché, ma d’improvviso il sole, il caos, la vita del resto del parco le sembrano una scelta migliore, più sana, e decide che si rilasserà un altro giorno leggendo il romanzetto che porta in borsa, approfittando di quella buona posizione. Non oggi. Non lì.
Un giorno capirà il perché, sussurrato da voci scettiche dove non ci sono ombre, e rinuncerà a quel desiderio, sospirerà al pensiero di un pericolo appena percepito.
Alla sera, quando tutte le madri se ne sono andate dai Giardini, tenendo stretto per mano il loro bambino, quando anche l’ultima risata si è spenta, quando gli scoiattoli discendono e vanno a spigolare tra merendine schiacciate, cetrioli gettati di nascosto dai tramezzini e mozziconi di sigaretta macchiati di rossetto, solo allora quella solitaria altalena si mette in moto. Ondeggia appena come se fosse il vento a spingerla, poi più in alto, con più slancio. Uno sbuffo di polvere sembra sollevarsi dalla panchina.
All’alba, sulla pietra, resta solo la rugiada disposta a disegnare impronte di raffinati merletti, di un altro tempo, di un’altra era.

venerdì 24 giugno 2016

Il libro della giungla - Ruyard Kipling

Ho letto (ascoltato) Il libro della giungla con ben in mente il lungometraggio Disney, fatto di gioia, di danze, di natura amica o nemica in maniera bonaria, mai preoccupante.
La natura di Kipling è ostile, gli animali uccidono e vengono uccisi e il cucciolo d'uomo non è che un animale tra tanti. Non ci sono amicizie, ci sono alleanze per sopravvivere, per nutrirsi, per difendersi.

Sono solo tre i racconti con protagonista Mowgli, nel libro. Parlano dei tre momenti topici della sua vita: l'adozione nel branco (e l'inizio dell'inimicizia con Shere Khan), il rapimento da parte delle scimmie a cui Mowgli dà incautamente confidenza e il tentativo di tornare tra gli uomini, fallito.

Nei racconti rimasti vediamo un'India da prospettive nuove e insolite, gli animali dell'esercito, una mangusta accolta in una casa per catturare i cobra, un piccolo addestratore di elefanti, una foca albina. Molte delle vicende sono, neppure troppo implicitamente, metafore per parlare del colonialismo inglese, della politica militare, dell'espansionismo dell'impero. A volte riferimenti e allusioni si perdono per via della distanza temporale e culturale che ci separa da Kipling e avrei avuto la curiosità di avere una versione annotata per confermare o smentire alcune intuizioni.
Questi ultimi racconti non sono all'altezza dei primi racconti, manca un filo conduttore e non si sente così violentemente la Legge che controlla tutto e tutti. È il Secondo libro della giungla a contenere gran parte delle avventure di Mowgli che vivono nell'immaginario di tutti.

Psicospettro - L. P. Davies

Urania 458, 26 Marzo 1967
Urania 715, 30 Gennaio 1977
Un tranquillo villaggio inglese è teatro di allarmanti fenomeni: stoviglie che volano per conto loro, strane luci bluastre, furti insensati, sonnambuli, cadaveri che scompaiono. Chiamare la polizia? Chiamare una medium? Non serve: bisogna ritrovare le puntate di un vecchio "fumetto" di fantascienza, fra le cui strisce dimenticate si nasconde la chiave - ingegnosissima - dell'enigma.
Il primo urania con la grafica iconica da mercatino del libro usato. Sparisce il rombo colorato, compare la striscia rossa che identifica la collana a distanza.
Psicospettro è un romanzo particolare, un fantasy mascherato da fantascienza, forse viceversa.

Un medico di una piccola comunità si trova a dover curare e interagire con un paziente affetto da schizofrenia. La sua malattia si manifesta sotto forma di fenomeni psichici, telecinesi, effetti inquietanti.
L'intervento di una medium per capire l'origine dei fenomeni porta alla separazione delle due personalità del paziente, quella "reale" e sana e quella del mondo di fantasia in cui vive, creata a partire da un fumetto letto durante l'infanzia, che si trasferisce in un cadavere e inizia a vivere secondo le regole del suo mondo immaginario.

Per quanto le lunghe scene nel mondo alternativo vissuto attraverso gli occhi del paziente siano oggettivamente pesanti e incomprensibili, perché ci precipitano in una ambientazione sconosciuta e appena accennata, superato lo scoglio in cui le due linee narrative sono completamente scorrelate tra loro e viene esplicitato il collegamento con la storia vera (e che siamo interessati a seguire), il seguito scorre piacevolmente.

La traduzione è datata e non priva di problemi. Abbiamo persino un ricorrente e classicissimo "orologio del nonno" (grandfather clock, pendola) che così spesso torna nelle traduzioni degli anni '60 e '70, abbastanza da farmi domandare se le pendole già esistessero o il termine sia stato introdotto dopo in italiano.

lunedì 20 giugno 2016

La biblioteca dei manoscritti sconosciuti - Daniele Palmeri

La biblioteca dei manoscritti sconosciuti su Amazon.

Continuando a scendere nel pozzo senza fondo degli ebook su Amazon, mi sono imbattuto in un romanzo che mi sembrava promettente, ho visto che l'autore aveva un racconto gratuito e mi sono detto "perché non assaggiarne lo stile prima di comprare un romanzo?" e mi sono trovato con questo file da leggere.

Ora, se leggere un campione gratuito del proprio stile fa cambiare idea a un lettore già convinto da trama e presentazione di un romanzo, vuol dire che la strategia di marketing non funziona.

L'idea del racconto è simpatica e si appella all'animo bibliofilo di tanti, forse gran parte, dei lettori. Una biblioteca dove vengono salvati (o a morire, vedetela come volete) i libri dimenticati, i libri incompiuti e le idee meno sviluppate. Simpatico, certo, ma scrivere decentemente è comunque necessario.

Serve un editing MASSIVO in questo racconto. Tagliare frasi ridondanti, riequilibrarlo, correggere semplici stupidi banali errori del testo.

Quando sono arrivato a un "boria" usato per parlare della noia (modellato sul "boring" inglese) ho pensato seriamente di cestinare il racconto e non guardarmi più indietro. Ci sono problemi che non si possono migliorare.

sabato 18 giugno 2016

La bambina dell'oceano - Lorenzo Crescentini

 La bambina dell'oceano su amazon.
“Nel sogno camminava sotto l'oceano. C'erano voci, c'erano suoni. C'era la luce che filtrava ondeggiante tra migliaia di bolle in sospensione. C'era la poesia di un cosmo segreto, celato al di sotto del visibile. Lui camminava e guardava, sapendo che la strada di sabbia che percorreva lo stava portando dall'altra parte: una volta emerso si sarebbe trovato nel mondo che aveva lasciato. Camminava, augurandosi che il sogno durasse abbastanza per arrivare di là.”
C’è una spiaggia, sulla costa australiana, dove i sogni si comportano in modo insolito. E dove uno scrittore solitario incontra una bambina che ama il mare.
 La bambina dell'oceano è un racconto onirico. Nel senso letterale del termine. Ci sono sogni, tanti sogni, viaggi, incontri. Tutto vuole avere una sua logica, ma come ogni sogno che si rispetti, una volta portato nel mondo reale, la sua logica salta e perde di coerenza.

Il racconto è godibile, si legge bene. Le interazioni tra Ricardo, sulla sua spiaggia, e Perla, la bambina misteriosa che sa manipolare i sogni, sono accattivanti e riescono a prendere il lettore. Purtroppo tutto salta quando ci si rende conto che non si avranno mai delle spiegazioni. Non sapremo mai se i sogni porteranno Ricardo a ricongiungersi al suo amore oppure no, se tornerà a scrivere, se capirà chi sia Perla e perché l'abbia scelto.

Altro punto a sfavore è l'impronta troppo marcata dell'autore nel protagonista. Il suo lavoro, le sue origini, come ne parla (inappropriatamente) nel dettaglio. Servirebbe una purga dei dettagli autobiografici che finiscono per sbilanciare la narrazione.

sabato 11 giugno 2016

#microscifi - AA. VV.

#microscifi è esattamente quel che promette di essere. 19 brevissimi racconti di fantascienza.

Essendo tutti pillole da meno di una pagina, si divorano uno dopo l'altro, non ci si lega mai al racconto in corso ed è facile andare sempre avanti, assetati di nuove idee, nuovi spunti.

La qualità è molto sparsa. Ci sono due, forse tre racconti di ottima qualità nella raccolta. Oltre a questi abbondano i viaggiatori nei buchi neri che diventano divini, i miti di creazione della vita reinterpretati in chiave fantascientifica, qualche viaggio nel tempo. Tante idee classiche e riproposte non sempre in una buona forma. Ci siamo passati tutti, scrivendo, quindi non lo interpreto con malizia, solo come inesperienza.

(Molto brutti i typo nella presentazione del curatore e la mancanza di editing per uniformare lo stile e la punteggiatura dei racconti...)

lunedì 6 giugno 2016

Rin Tin Tin Tabasco (Vol. 1) – Si muore soli a Meow York City - Manuel Crispo

Meow York City, 1920. I ratti tramano, i cani vivono reclusi in un quartiere-ghetto, i felini sonnecchiano. Il Detective Privato Rin Tin Tin Tabasco è un gatto color carbone che si guadagna da vivere ficcando il naso nei loschi affari di una città lasciva e sonnolenta, tra una sbronza al bancone dell’Hell’s Kitten e uno spuntino a base di pesce. Una gattina calico verrà a scuoterlo dal suo cinico torpore, trascinandolo in una vicenda di sangue e cemento. Tabasco si lascerà coinvolgere, nonostante sappia bene che “le calico portano solo guai”.
Rin Tin Tin Tabasco (Vol. 1) – Si muore soli a Meow York City nello store della Nero Press.

Rin Tin Tin Tabasco è un racconto che va letto tutto lentamente, con voce roca per il fumo e l'alcol, con una musica di pianobar in sottofondo. E va letto rigorosamente in bianco e nero.

I personaggi della serie (cinque racconti di questo è la prima uscita) sono animali antropomorfi che abitano questa New York riadattata. Citazioni e riferimenti si sprecano, da un Howard il papero che forse ci ho visto solo perché già me l'aspettavo, passando dai Looney Tunes, per finire con il gran numero di riferimenti disneyani tra i personaggi e le parodie nei media e nella società. Anche se il buon PK può saltare alla mente, vedo ben più affinità con il Mickey Mouse Mistery Magazine di Tito Faraci, periodico dalla vita breve ma intensa, con un ambiente disneyano sì, ma cupo e violento.
A volte quasi avrei voluto tirare il freno sulle citazioni e allusioni. Rallenta, tienine da parte un po' per i seguiti, non te le bruciare tutte!

Gli amanti dell'hard boiled, letterario o cinematografico, saranno estasiati da questo racconto.

La storia in sé è molto lineare. Deep Silver il boss mafioso, il suo vice ucciso sul tetto di un suo palazzo, la sua compagna che cerca il detective Tabasco per scagionarlo, invischiandolo nel più classico dei complotti. Tutto funziona benissimo. Non è un giallo "onesto", perché vengono tenuti nascosti molti elementi al lettore, per preparare un finale a sorpresa, ma ammettiamolo, nessun hard boiled, in nessun formato, è onesto come un giallo classico, non ci aspettiamo che lo sia.

Resta qualche filo in sospeso, la storia finale di Spotty, come a introdurlo come personaggio importante per il resto della saga. Un impermeabile parlante (perché?) che fa capolino in un paio di scene, senza una motivazione o una funzione precisa.
Non mi perderò i seguiti!

È proprio un nulla - Andrea Partiti

Un racconto scritto per Minuti Contati, All Star Edition di Maggio 2016.



È proprio un nulla - Andrea Partiti

— Sai dove ti trovi?
— La camicia di forza, l’attrezzatura medica, l’odore di disinfettante. Non ci vuole molto a riempire i buchi.
— Sai anche perché ti trovi qui in ospedale?
— Perché sono un Dio. Un Dio messo alle strette.
— Posso allentarla, se ti fa sentire più a tuo agio.
— Non parlavo della camicia. Parlavo dei caratteri, troppi pochi per questa storia.
— Quale storia?
— Potrà non crederci, ma lei, questa stanza, questi mobili, sono tutte immagini che sto creando nella mia mente. Nella mente di chi legge.
— Questa stanza è reale.
— Solo perché io la abbozzo e chi legge la completa. Sono un Dio.
— E cosa potresti fare, quindi?
— Osservi la parete dietro di me. Al centro c’è una porta e alla sua destra il poster di un convegno di psicologia clinica.
— La porta è sempre stata lì, ci sei passato entrando, e il poster l’ha appeso il medico che lavorava qui prima di me.
— No, non c’erano poco fa, li ho evocati. Quella foto sulla sua scrivania… la sua famiglia?
— Sì.
— Non serve ringraziarmi. Siete felici in quella foto, sorridete, vi abbracciate, non vi vorrei diversamente.
— Perché, se il mondo cambia a tuo piacimento, sei immobilizzato in questo luogo spiacevole?
— Non cambio il mondo, posso solo aggiungere alla scena. Nomino i suoi baffi e lei di colpo si trova con un paio di gonfi baffi ungheresi. Le domando perché passeggia nervosamente per la stanza, ed eccola lì, saltar giù dalla sedia.
— Non stiamo facendo progressi, non va bene. È meglio interrompere questa seduta e parlarne in seguito.
— Non mi crede, eppure vuole che crei ancora. Un corridoio, delle stanze, un edificio tutt’attorno. Magari un’infermiera prosperosa che arrivi a scortarmi altrove.
— Non mi serve aiuto per chiamare qualcuno che la riaccompagni. Mi basta pigiare questo pulsante sull’interfono, ecco, così, e qualcuno arriverà entro un paio di minuti.
— Preferirei restare ancora, se non la disturbo.
— Come mai?
— Ci sono cose orribili fuori da questa stanza. Mostri. Non credo che la sua infermiera sia ancora viva.
— Se aprissi la porta ci troverei dei mostri?
— Lei morirebbe e io rimarrei solo nella mia storia.
— È solo una porta.
— Non sottovaluti l’immaginazione collettiva. La perversione. L’orrore appena accennato. Non sanno cosa ci sia là dietro, quindi riempiranno quello spazio con ogni loro terrore privato e indicibile.
— E pronto a ucciderci?
— A uccidere lei. Io sono Dio.
— Potrei aprire quella porta e farti vedere, ma dovrebbe essere il paziente a scegliere di confrontarsi con le sue manie…
— Allora si fermi! Non si disfà ciò che è creato!
— Stai giocando con me? Per interrompere la seduta come desidero dovrei aprire quella porta forzandoti a un confronto, se non la apro cedo al tuo tentativo di manipolarmi per restare.
— Forse. O forse ho ragione io.
— Solo uno spiraglio, non la apro abbastanza da vederci attraverso, appena una spanna in modo che l’infermiera sappia che può entrare. Osserva bene, non succede assolutamente nulla di…
— Ti avevo avvertito. Eppure ti avevo avvertito…

domenica 5 giugno 2016

Il caso con nove soluzioni -- J. J. Connington

In una nebbiosa serata d’inverno il dottor Ringwood è costretto a mettersi in macchina per andare a visitare una donna che si è sentita male. Quando arriva faticosamente a destinazione, una casa con giardino alla periferia della città, nessuno risponde al suono del campanello anche se all’interno le luci sono accese. Dato che la porta è aperta, decide di entrare e nel salottino trova, accasciato su un divano, un giovane in un lago di sangue. Questi riesce a sussurrargli qualche parola prima di morire. Il dottore, scoprendo che nell’abitazione non c’è telefono, si reca alla casa accanto per chiamare la polizia. Qui viene accolto dalla cuoca, che lo informa di essere stata lei a convocarlo perché la cameriera non sta bene e in casa non c’è nessun altro. Dopo aver telefonato a Sir Clinton Driffield, il capo della polizia, aver prestato le prime cure alla malata e aver raccolto qualche informazione, Ringwood torna sul luogo del delitto per attendere l’arrivo degli investigatori. Più tardi, prima di rincasare, decide di passare dalla paziente insieme a Sir Clinton, ma quando suona alla porta nessuno risponde. I due riescono a entrare e salgono al primo piano dove, davanti ai loro occhi… Così comincia il romanzo (1928), uno dei più intricati e intriganti mystery dell’epoca d’oro del giallo.
Titolo originale: The Case with Nine Solutions
Traduzione: Francesca Stignani
Il caso con nove soluzioni, sul sito della Polillo Editore.

Il caso con nove soluzioni è un piccolo capolavoro di incastri, tempistiche, personaggi elaborati al punto giusto da essere complessi ma non complicati.

Sir Clinton è l'investigatore che tutti ci immaginiamo, con un approccio in equilibrio tra il calcolatore e scientifico e l'umano. Cerca prove quando servono, mette sotto pressione i suoi sospetti quando è il momento. E' un equilibrio raggiunto di rado nel giallo, dove ogni personaggio propende nettamente per uno dei due approcci.

Come bonus, anziché la tipica riunione in una stanza di tutti i sospetti in cui si svela l'enigma e si spiega il mistero (troppi morti per poterlo fare davvero) abbiamo gli "appunti dell'investigazione" a fondo volume, ad arresti fatti. Possiamo quindi ripercorrere insieme al protagonista capitolo per capitolo, cadavere per cadavere, i processi deduttivi che giustificano le sue azioni, le indagini e i sotterfugi.

Penso sia un romanzo fantastico per chi vuole capire davvero come si costruisce un libro giallo e non solo esserne intrattenuto!